20 maggio 2008 – Una serata al campo

In questi giorni in cui sembra esser diventato sport nazionale “la caccia al rom”, la cosa piú intelligente l’ho letta sul nick di messenger del mio amico napoletano Piero: “Vittime sono tutti, perché ai rom è stata tolta la casa/baracca, ai cittadini la capacità di ragionare col proprio cervello”.
Piero conosce bene la sua Napoli, affogata dai rifiuti, dalla camorra e dalle false promesse mai mantenute, e sa bene che oggi una delle città piú belle del mondo si è scoperta intollerante, selvaggia, violenta contro i piú disperati.
Molotov, spranghe, coltelli, minacce di pulizia etnica: tutti mezzi tacitamente consentiti, non solo a Napoli, ma in tutta questa piccola Italia travolta da una speciale voglia securitaria che strizza l’occhio ai pogrom e alle ronde delle camicie verdi.
La guerra anti-rom scoppiata a Napoli, e diffusasi in altre città d’Italia, non è altro che l’ennesima goccia (e purtroppo non sarà l’ultima) che cade da un vaso già da parecchio traboccato e che ha come maggior responsabile un sistema politico e mediatico che, fondandosi su pregiudizi antichi e leggende popolari, ha deciso di identificare i rom e, piú in generale, tutto ció che è “diverso”, come nemico da combattere.
Difendi il tuo simile… distruggi il resto” questo lo slogan stampato sulle magliette di tante vittime che hanno perso la capacità di ragionare col proprio cervello e che, riposti i propri pensieri e le proprie idee nella naftalina, hanno ceduto la propria abilità di discernere alle parole dei Tg o a quelle scritte sui maggiori quotidiani nazionali.
Diventa quindi sicuro per tutti che i rom siano ladri di bambini di nota abilità, e poco importa se i dati dimostrino che nella giurisprudenza italiana non esista una solo caso di condanna di un solo rom per il rapimento di anche un solo bambino. E` altresì scontato che i rom siano noti stupratori e anche qui poco importa che nelle statistiche degli autori di stupro la percentuale dei rom sia prossima allo zero.
Ma in fondo tutto diventa vero se a parlare è una fonte autorevole come la televisione, i giornali o, magari, un conoscente di un amico. Si parla solo di singoli reati commessi da rom, capaci di far sparire tutti gli altri crimini, di uguale efferatezza, commessi da altri.
E` tutto vero! I rom puzzano, rubano, violentano le donne, picchiano i bambini, si prostituiscono, non vogliono lavorare, sono amici del diavolo, rapiscono, ammazzano, sporcano, inquinano, allagano le strade, ovunque vanno sfasciano, non rispettano le regole e non vogliono integrarsi. E` tutto vero!
Sono loro il male della nostra amata Italia, è a causa loro che non possiamo uscire di casa, è stando contro di loro che si vincono le elezioni, tolleranza zero contro gli zingari e non contro camorra, mafia, usura, sfruttamento della prostituzione, spaccio, abusivismo, sfruttamento del lavoro.
Ma quale di questa maggioranza di cervelli, ormai assuefatti alla puzza di un’informazione falsa e di parte, ha mai pensato di incontrare uno di questi feroci criminali, uno di questi terribili rom? Chi effettivamente puó dire certe cose perché le ha viste da dentro un campo rom e non perché gliele racconta il Bruno Vespa di turno?

Il 20 maggio 2008 a Roma è successo un fatto nuovo.

Una comunità di rom romeni, che appena tre mesi prima, dopo l’ennesimo sgombero, aveva deciso di occupare un capannone in disuso, ha deciso, assieme ad un piccolo gruppo di gadgè (non rom), di organizzare una festa che fosse soprattutto un incontro.
L’invito parlava molto chiaro: che ci sgomberino o non ci sgomberino noi vi ospitiamo a cena, vi invitiamo a mangiare con noi, ad ascoltare la nostra musica, a vedere i nostri film, a ballare le nostre danze. Un invito per tutti, per un quartiere, per una città, senza la necessità di essere i soliti noti, aperti anche a chi è vittima perché gli è stata tolta la capacità di ragionare col proprio cervello, anche per loro era l’opportunità di parlare, di confrontarsi, di capire cosa significa veramente essere rom a Roma.
Il 20 maggio 2008 a Roma diluviava.
Nella zona di Quintiliani a Roma c’è un capannone dove da tre mesi vivono circa 60 rom romeni, di cui piú della metà sono bambini.
La sera della festa la pioggia imperversava ormai da diverse ore. Dalla mattina si susseguivano le telefonate: “Si fa o non si fa?”. Alla fine si è fatta ed è stato un successo. Il tam-tam di appena 48 ore, la violentissima e inaspettata pioggia di fine maggio, la diffidenza verso i rom, cresciuta a livelli inimmaginabili negli ultimi giorni, non sono bastati per bloccare quest’iniziativa figlia di cuori grandi e pulsanti, di menti libere e di tanta buona volontà.
Insieme ai rom, protagonisti assoluti della serata ed ottimi padroni di casa, oltre che ottimi cuochi, c’erano quelli delle piccole associazioni dai piccoli nomi, dai pochi denari ma dalla grande volontà, c’erano gli attivissimi ragazzi volontari dell’ARCI-Immigrazione, ma, soprattutto, c’era tanta gente comune, persone che hanno scelto di andare a cena al campo rom senza esservi mai entrate prima e nonostante i divieti impostigli dalla paura diffusa dai media. E queste persone, che erano poi la maggioranza, le si riconosceva subito… Le vedevi per i primi tre minuti strisciare contro i muri in un misto di paura e sorpresa, potevi leggere sui loro volti i pensieri che nel mentre gli scorrevano nella mente: ma questi rom sono come noi, mangiano, ridono, si divertono, sono gentili e dentro le loro baracche c’è un ordine ed una pulizia incredibile… i bambini ridono e abbracciano la mamma ed il papà… mi offrono da mangiare invece di puntare al mio portafoglio… e poi non vedo oro, non vedo mercedes, non vedo ricchezza, vedo solo tanta miseria ma ancor piú dignità!
E piú la paura lasciava spazio alla realtà, piú il clima andava facendosi intenso e familiare, sembrava di conoscerli da sempre quegli zingari…
Vedevi la gente prima schiacciata contro le pareti sedersi al tavolo accanto ai rom e cominciare a mangiare i sarmale (involtini di verza con riso e carne, tipicamente romeni), per poi sciogliersi in chiacchiere e danze al suono della fisarmonica.
Una trasformazione per tanti. Scoprire che quel mondo terribile non esiste, scoprire nel “diverso” la sua bellezza, la sua accoglienza, la sua dignità. Riattivare, attraverso l’incontro ed il confronto con la realtà, il proprio cervello…
C’è chi ci sta chiedendo di barricarci in casa protetti da inferiate e antifurti, ci impongono aver paura, ci dicono di pensare a noi stessi e che saranno loro a mostrarci cosa avviene all’esterno e perché abbiamo bisogno della loro sicurezza, ci fanno vedere il mondo attraverso i loro occhi, attraverso una scatola quadrata che ci offusca la mente con soubrette e delitti, creano mostri e con quelli ci minacciano affinché scegliamo noi stessi di delegare a loro le nostre esistenze.
Noi il 20 maggio 2008 abbiamo detto di no a tutto questo! Abbiamo deciso che vogliamo essere noi a scoprire cosa è reale e cosa non lo è.
Chi c’era ora puó cominciare a dire davvero cosa significhi essere rom, cosa significhi ascoltare la melodia di una fisarmonica e di un violino, cosa significhi gustare un piatto fatto con le mani di una fiera donna rom, cosa significhi amare la propria famiglia e i propri bambini piú d’ogni altra cosa, cosa significhi avere dignità anche in un mondo che ti dà solo discriminazione, miseria ed odio.
E` stata un’esperienza di crescita indimenticabile per tutti quelli che, il 20 maggio 2008, hanno deciso di sfidare il pregiudizio e la paura, incontrando la comunità dei rom romeni di Quintiliani, senza interessi, senza pregiudizio, senza alcun mediatore, semplicemente essendo uomini e donne.

di Gianluca Staderini – Popica Onlus