I Ragazzi del Centro Diurno

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Ogni volta che parliamo di loro nelle scuole o a gruppi di persone che vengono a visitare l’Associazione Stea, il mio collega Bogdan sottolinea sempre come la loro età “biologica” non vada di pari passo con lo sviluppo del loro intelletto.

Anche se in un certo senso posso concordare con tale affermazione in ragione del fatto che alcuni ragazzi sono dei “bambinoni” di 30 anni, i quali, date le loro circostanze di vita, sono semplicemente ignari di ciò che per noi può risultare una conoscenza elementare, tuttavia , quando ripenso alle innumerevoli volte che mi sono trovata di fronte a persone che, nonostante la loro età biologica, e nonostante il loro “normale” percorso di vita, fossero in possesso solo di una buona dose di frivolezza e nient’altro, allora ripenso alle parole di Bogdan ed inizio a non comprenderne più il significato.

 

E penso e ripenso a chi sono i ragazzi del centro diurno….

 

Sono persone che hanno vissuto la maggior parte della loro infanzia, ed un’ intera vita in molti casi, senza famiglia, senza la protezione di mura domestiche, senza scuola e senza educazione. Sono ragazzi traditi dai genitori, abbandonati, sfruttati, picchiati, abusati, rimasti soli, lasciati alla deriva senza che nessuno si prendesse cura di loro. Sono analfabeti o alfabetizzati, sono dipendenti da alcol o da sostanze tossiche che inalano, sono diversamente abili, sono lavoratori o sono mendicanti, sono tristi e sono allegri, sono felici o sono stanchi della loro vita. Sono diversi l’uno dall’altro. Ognuno con una differente personalità, con diversi temperamenti, con diversi modi di interagire, con differenti sguardi, differenti sorrisi, differente maniera di esternare le emozioni, le parole e l’affetto. Ognuno con una diversa storia alle spalle.

 

Risulta molto difficile tentare di generalizzare il “target” di persone con cui ogni giorno ci troviamo a contatto e, probabilmente, non basterebbero 10 pagine per raccontare una sola storia di vita.

 

Eppure, in questo mosaico di personalità esistenti all’interno del centro diurno, c’è una caratteristica che accomuna tutti: sono considerati scarti della società , non meritevoli di farne parte, sono discriminati e posseggono una scarsa autostima derivante dal dato di fatto che sono tenuti ai margini della loro comunità.

 

Si fa finta di non vederli , si cammina dritto, si ignora, e non ci si chiede il “perché” di niente.

 

L’indifferenza ed i discorsi e le considerazioni superficiali regnano in questa città, rappresentando in pieno le strutture mentali costruite e mantenute in vita dagli schemi della nostra società. E la cosa più triste è che la maggior parte delle persone ritiene che tali schemi siano sempre i giusti ed i migliori.

Non tutti i ragazzi del centro diurno sognano di avere un lavoro ed una vita che rispecchi lo status ideale della nostra società, ed io non li biasimo per questo. Altri, invece, soffrono molto per la loro condizione e non vedono l’ora di poter raggiungere un livello di indipendenza economica che gli possa permettere di condurre una vita degna.

Quando qualcuno di loro trova un lavoro con contratto regolare e con uno stipendio decente – ed in questi mesi ci sono state almeno 4 persone che hanno cominciato una “nuova vita” – la gioia che provo è enorme. Però la cosa che mi rende più felice e che mi fa sentire meno impotente con loro è il semplice contatto umano. E’ così piacevole andare nei luoghi in cui nessuno osa avvicinarsi, le zone di periferia dove vivono, o passeggiare lungo le rive del fiume Somes, o sotto ai ponti, la sera o la mattina presto, e vederli , nascosti fra gli alberi o stesi nel prato, salutarli, scendere da loro e fermarsi a parlare. Nessuno lo fa a parte le persone dell’equipe di Stea. Chi mai si avvicinerebbe a questi individui portatori di malattie, sporchi, che dormono per strada?

Il contatto con ognuno di loro mi fa riflettere continuamente, mi fa imparare cose, mi fa crescere. Mi fa pensare ai preconcetti che la mia mente ha, mi fa vedere le cose da un’ottica completamente diversa, fino ad allora sconosciuta.

Da quando sono arrivata al centro diurno, quasi ogni giorno mi sono sorpresa della mia eccessiva ingenuità e della mia superficialità nell’osservare i ragazzi che lo frequentano. Col tempo ho imparato a riconoscere l’odore della colla, l’espressione dei ragazzi che ne fanno uso, quelli che vengono ubriachi nel centro alle 10 di mattina, gli stati d’animo. Ogni giorno però continuo a sorprendermi ed a rimanere completamente allibita quando scopro determinate cose che non avrei mai potuto contemplare.

L’ultimo episodio risale ad una settimana fa. Uno dei ragazzi del centro diurno che ha seri problemi di alcolismo, mi ha chiamata per dirmi una cosa. Aveva notato che la sua urina era di un colore strano e che aveva sempre mal di stomaco e mi ha chiesto cosa pensavo che fosse. Io, sapendo chi avessi di fronte, ho cominciato a spiegargli quali sono le conseguenze dell’abuso di alcol e dargli dei consigli su come ridurre il consumo , per evitare di farsi venire una cirrosi epatica e per non morire fra 10 anni. Ho scoperto in quell’occasione che lui, e gli altri ragazzi del centro che hanno il suo stesso problema, sono dipendenti dall’alcol etilico. Ho riso al momento ma, in realtà, sono rimasta sconvolta. Quando ho riferito a Bogdan cosa era successo e dopo avergli detto che Z. aveva deciso di ridurre il consumo e, soprattutto, di non farsi condizionare dagli amici, perché aveva capito il rischio che correva, Bogdan , con uno sguardo che esprimeva un misto di compassione e tristezza, mi ha detto: “ Ylenia, l’hanno scorso abbiamo trovato una bottiglia di alcol etilico che aveva nascosto nel bagno e gli abbiamo chiesto di svuotarla nel lavandino, altrimenti l’avremmo fatto noi. Non l’ha fatto e ci ha detto : “ Io non lo posso fare. Questo è la mia vita”. Come pensi che possa diminuire il consumo?”

Ancora una volta mi sono sorpresa della mia ingenuità ed ancora una volta ho imparato qualcosa da loro.

di Ylenia Perrottelli (volontaria SVE Popica Onus)