A scuola senza pulmino

Quelli di Popica sono molto orgogliosi di non aver mai accompagnato a scuola i bambini rom con  lo scuolabus. C’è da capirli: con tutti gli scandali di Mafia Capitale che sono venuti fuori, con tutte le ruberie sulle spalle di profughi, rom e rifugiati è un titolo di merito non far parte della funesta brigata di cooperative e associazioni che si spartivano appalti di servizi e assistenza, senza poi assistere e servire. Ma non è per questo che sono orgogliosi: le motivazione sono tutte pedagogiche, o di empowerment, se volete. A Roma lo scuolabus ce l’hanno solo le scuole private o i piccoli rom dei campi più lontani, mentre tutti gli altri a scuola ci vanno con i mezzi loro: e allora perché i bambini di Popica no? Se i genitori li accompagnano hanno giocoforza un rapporto con gli altri genitori, prendono confidenza con l’istituzione, trovano più occasioni di comunicare con gli insegnanti, e non possono delegare a pulmini e associazioni varie la responsabilità di garantire la frequenza dei loro figli. Che sono proprio come quelli degli altri.

La frequenza è un bel problema. Magari se una mamma ha tre figli e a uno viene la febbre va a finire che tiene a casa anche gli altri due, perché non vuole uscire lasciando solo il malato, o semplicemente perché non le va di fare un’alzataccia per consegnarne all’istruzione solo due (va detto che le scuole non sono proprio vicinissime e i trasporti pubblici non sono un fulmine di guerra, a Roma). Ci sono anche i papà che caricano tutta la prole sull’Ape con cui poi andranno a raccattare il rame e il ferro, ma a volte fanno confusione con gli orari, di entrata e di uscita, perché a seconda delle classi cambiano. Se gli dici di segnarseli, questi benedetti orari, non ottieni molto perché tanti genitori, anche giovanissimi, non sanno leggere e scrivere. Però i bambini di Popica hanno tassi di frequenza più alti degli altri portati dallo scuolabus, che a dicembre sono spesso vicini alla soglia massima di assenze. È un dato che emerge dalle riunioni con la responsabile  per l’intercultura del municipio.

Edotta sulla buona pratica di mandare a scuola i bambini rom senza pullmino, incontro un gruppetto di mamme rom, convinta che anche loro siano ferventi sostenitrici di questa linea. Macché: una ha ancora nostalgia dello scuolabus che in Sicilia le scorrazzava i figli. Alle altre, che non hanno mai conosciuto quello che a loro sembra un fantastico privilegio, brillano gli occhi all’idea di potersi risparmiare la corvé mattutina dell’accompagnamento: soprattutto delle figlie femmine che non vengono mai mandate da sole, neanche alle medie, perché non sta bene. Siamo su due piani proprio diversi: io chiedo se non sarebbe discriminante far arrivare con lo scuolabus solo i loro figli: non accentuerebbe la separatezza? Loro rispondono che la discriminazione dipende solo dai rom slavi  che mandano i figli a scuola sporchi e malvestiti. Se li mandassero puliti e in ordine come i piccoli rom rumeni non ci sarebbe alcun problema. Benone: anche fra discriminati un po’ di discriminazione non si nega a nessuno, romeni contro slavi.

Queste madri in realtà sono simpaticissime: rivendicano un po’ di diritto alla maldicenza, che considerano tutto sommato innocua, un passatempo per vivacizzare la vita del campo. Ma la discriminazione è un problema serio,  prima viene minimizzato con le assicurazioni che le insegnanti sono disponibili, come pure la madri gagè che invitano tutti i compagni, anche rom, alle feste dei loro figli, ma quando domando se anche loro invitano qualche ragazzino di fuori nel campo, rispondono di no, si vergognano delle loro case. Al massimo i gagè vengono a giocare a pallone.

Dev’essere duro il lavoro di empowerment con le donne rom,  del tutto complici di una cultura che nei nostri confortevoli appartamenti si può spassionatamente definire  maschilista. In linea teorica, queste madri mi dicono che rimpiangono di non aver studiato, che anche le figlie devono andare a scuola, che senza un titolo di studio non si ottiene niente. E questo è un passo avanti, ma poi mi spiazzano:« Il maschio dev’essere più intelligente e capace perché è lui che porta i soldi a casa». Provo a chiedere se loro sono meno intelligenti dei loro uomini, ma la domanda si perde. Lavorano quasi tutte, queste donne. Una fatica bestiale a raccogliere ferro con i mariti, ma non è considerato lavoro, più che altro un aiuto alla famiglia. Di un’occupazione autonoma diffidano: «Poi succede come da voi, che i mariti e le mogli si tengono i soldi separati e magari non pensano ai bisogni dei figli. Questo è brutto». È vero, è brutto, ma qui al campo, come fuori, ci sono mariti che si sparano i soldi bevendo e anche questo è brutto. Comunque non è aria di discorsi sull’emancipazione economica, un dialogo tra sorde anche inutile e rischioso. Va già meglio sulla divisione dei compiti.  Ce n’è qualcuna che quando è distrutta dalla stanchezza dice al marito di darle una mano in casa. E il marito che fa? «Chiude la porta per non farsi vedere e comincia a pulire».

Paola Zanuttini, giornalista