Diario di scuola d’italiano a Metropoliz…

Primavera 2010

Ci presentiamo. Siamo Rosa, Valeria, Francesca e Grazia.

Si presentano. Sono Ion, Ionut, Lucica&Lucica, Maria, Nicolaj, Petrica, Christi, Stefan, Florin, Florentina.

Noi dovremmo essere le insegnanti e loro gli allievi. L’obiettivo è imparare a parlare e scrivere in italiano, lingua complessa e con una grammatica per lo più estranea alla comunità Rom del Metropoliz.

Da subito si profila un’ardua impresa, ma si decide di comune accordo di dividerci in due gruppi: chi ha già qualche nozione di base di scrittura e lettura e chi non ne ha.

Già partono le prime prese in giro, in una lingua che a noi quattro è completamente sconosciuta. Già la prima inversione delle parti si sta consumando sotto i nostri occhi e ci vede protagoniste, con le orecchie tese a cercare di comprendere almeno il senso di quei suoni che pure sembrano così simili all’italiano.

Il primo pomeriggio scorre via veloce: si sistema l’alfabeto che avevamo preparato sulle pareti della nostra “aula”, si cominciano a ripetere lettere e suoni, ci si aiuta con i disegni sotto le lettere quando questi non scatenano l’ilarità generale per una scarsa predisposizione artistica di qualcuna di noi.

I nostri nomi vengono imparati in fretta, noi invece stentiamo a ricordare i loro e così ognuno prepara un piccolo promemoria con un foglio di carta, che appoggia sulla panca che fa da banco dopo averci scritto il proprio nome.

Così va meglio, molto meglio.

 

Il secondo giorno (si fa lezione tre volte a settimana: due per il gruppo che deve imparare tutto e una per l’altro) incominciamo a mettere la penna sul foglio. Ma la cosa che più piace è la distribuzione dei quaderni colorati e delle penne che si accompagna sempre con la raccomandazione di non perderli perché è importante che ognuno sia responsabile dei propri strumenti di studio.

Prima di iniziare la scalata al foglio bianco ci fumiamo una sigaretta e l’accendino passa di mano in mano, tra una parola in italiano e una in rumeno, mentre i soliti ritardatari arrivano e vengono canzonati, quando non espressamente rimproverati dagli altri.

Stavolta il lavoro è più duro. Bisogna fare esercizi di pre-scrittura: onde, quadratini, spirali, merlettature. Sembra facile, ma poi le prime difficoltà cominciano a farsi vedere. Chi ha seri problemi continua meccanicamente a fare un cerchio dove dovrebbe esserci un quadrato o una curva dove dovrebbe disegnare una spirale.

Dopo una mezz’ora di estenuanti tentativi, anche la pazienza degli allievi finisce e spesso si ha la tentazione di mollare tutto.

Non importa, andrà meglio la prossima volta e con un gran sorriso ci salutiamo.

Il terzo giorno di lezione è con i “bravi” come loro stessi si definiscono. Quelli che già sanno scrivere e leggere.

Sinceramente non ci aspettavamo che potessero farlo così bene e così speditamente.

Qui gli unici problemi sono la sillabazione per alcuni, lo stampato minuscolo per qualcun altro, il lessico e la terminologia.

Ci rendiamo conto di poter andare abbastanza velocemente e quindi cominciamo già a leggere dei piccoli testi che avevamo preparato per la lezione.

Testi scritti sui lati posteriori di manifesti di eventi passati, che non potrebbero esprimere meglio la loro funzione: così dietro il manifesto dello sciopero del 1° marzo leggiamo la storia di Antonio, muratore e padre di famiglia, che lavora tutto il giorno in un cantiere; che mangia un panino a pranzo; che riprende a lavorare, che torna a casa e gioca con i figli; che mangia, fa i piatti, si addormenta.

Dietro il manifesto della “Città Meticcia” leggiamo la storia di Mario, bimbo di tre anni che gioca con la sorella che fa la cuoca in un ristorante e al quale piace tanto il calcio e nascondersi in casa sotto il tavolo, sotto le sedie, nell’armadio.

Leggiamo, capiamo, traduciamo in rumeno e ridiamo, poi ricopiamo tutto sui quaderni. Sempre quelli colorati, sempre con la stessa penna o forse qualcuno l’ha dimenticata o persa, ma subito se ne è procurato un’altra, senza chiedere nulla.

E perchè non ricordare e parlare di quando eravamo piccoli, di cosa ci piaceva fare, di dove eravamo?

Ma questo lo racconteremo durante la prossima ora di queste strane lezioni in cui le parti sono costantemente invertite, in ogni momento.

Lezioni dentro un tempo e uno spazio che sembrano non esistere al di fuori di quel cancello.

 

 

Alcune settimane dopo…

 

Le settimane trascorrono in fretta e non sempre fila tutto liscio nel micromondo della Città Meticcia.

Le nuvole che si addensano sul centro città sono ancora più dure da sostenere al Metropoliz: l’acqua non è molto clemente con il terriccio di cui è fatto il piazzale antistante il capannone e anche noi quando entriamo siamo costretti a fare lo slalom tra le pozzanghere.

Non è semplice riuscire a fare lezione in un enorme locale di lamiera e cemento mentre fuori piove da giorni ed è tutto allagato, con banchi di fortuna e l’unico ausilio di tanta buona volontà da entrambe le parti, allievi e maestri.

Lucica si preoccupa perchè i banchi sono sporchi e così corre verso casa sua, prende uno straccio e una tenda: con il primo pulisce i banchi e li asciuga e poi stende la seconda sulla panca per dare all’ambiente un minimo di atmosfera familiare e protetta.

E’ un gesto che fa pensare. E’ il secondo mese di corso e ancora nessuno aveva manifestato un tale interesse, una “presa a cuore” per dirla con le parole di Don Milani così forte. E’ un gesto che ci ha lasciato senza parole: ci siamo guardate negli occhi e abbiamo capito che era successo qualcosa di molto importante. Lucica cominciava a “sentire” il corso come qualcosa di suo.

I ritmi del corso non sono mai uguali a se stessi: prendono la rincorsa, si arrestano, riprendono lentamente. Gli allievi cambiano, si alternano, non sono quasi mai gli stessi a parte il nocciolo duro dei fedelissimi. Ormai il corso è aperto a tutto il Metropoliz, la voce è girata e le lezioni di italiano cominciano a diventare un momento di integrazione e di scoperta degli Altri.

Anche i maestri sono cresciuti di numero oltre che in coscienza educativa e si cerca di armonizzare i metodi di insegnamento e le modalità di approccio, sempre diverse perchè diverse sono le persone con cui interfacciarsi.

Tutto procede al meglio e i risultati ormai sono visibili: quasi tutti riconoscono lettere e parole, quasi tutti riescono a sillabare, qualcuno a leggere anche articoli di giornale. C’è chi traduce in rumeno per facilitare la comprensione ai colleghi di corso ed è un esercizio molto apprezzato.

Si fatica ma si raggiungono gli obiettivi. Una grande e bella sfida che continua…

di Maria Grazia Montella – Popica Onlus