Il Diario di Giulia a Satu Mare – parte 1

Schermata 2015-03-25 alle 11.52.57

VERSO SATU MARE…

Un aereo e un viaggio di tre ore in un piccolo autobus, ed ecco che dalla famosa Cluj-Napoca arrivo a destinazione, in quella che sarà la mia casa per nove mesi: Satu Mare. Una non troppo piccola cittadina di 113.688 abitanti, in maggioranza rumena con una considerevole minoranza ungherese, ma anche Rom e tedesca, capoluogo dell’omonimo distretto, situata nella storica regione della Transilvania e molto vicina ai confini ungheresi e ucraini.
Il viaggio che ha preceduto l’inizio di questa mia avventura è stato connotato da timori, superati da l’impazienza e curiosità di conoscere quei volti, sensazioni, vite che le ragazze di Popìca a Roma mi avevano raccontato poco prima di partire.
Popìca è l’associazione romana in partenariato con Associazione Stea di Satu Mare. Ho svolto un servizio di volontariato con loro per circa due mesi. Fondata nel 2006 sui valori dell’antirazzismo , dell’autodeterminazione, opera nel settore d’intervento sulle problematiche dell’infanzia violata con lo specifico obiettivo di approfondire e affrontare il problema presso le popolazioni dell’Europa Balcanica.
Le mie forti credenze antirazziste, dopo anche un altro breve periodo di volontariato con i bambini di un campo Rom di Roma, mi hanno portata a collaborare con Popìca e a realizzare che da quel momento la mia vita doveva volgere verso il dialogo interculturale.
Ho abbandonato la facoltà di Storia dell’arte a cui ero iscritta a Roma, mettendomi alla ricerca di un progetto SVE (servizio volontariato europeo) che mi permettesse di concretizzare i miei sogni, ma soprattutto approfondire una causa alla quale mi sento molto vicina, ovvero la situazione di assoluta discriminazione verso le etnie Rom in Europa. Così dopo varie ricerche ho scoperto un’associazione chiamata Stea nella leggendaria regione della Transilvania, che organizzava progetti SVE e per di più era strettamente legata con Popìca, quindi mi son detta: “è il mio momento, mettiamoci in gioco, tra un mese parto!”.. così è stato.
Il mio progetto, VOLONTARIATO PER MIGLIORARE LA VITA DEI BAMBINI E GIOVANI DI STRADA, sarà a sostengo dell’educazione e integrazione sociale di bambini e giovani di strada, di cui oltre 90{3ee195ab38c8ea013e79b8f1970fc9f5a6890fe85d9f685f481c37a64b43d5d1} sono Rom e si confrontano con gravi problemi di accesso a l’educazione e discriminazione. Collaborerò in tutte le attività dell’associazione, portando nuove idee, alternandomi tra il centro diurno e i progetti con l’ unità mobile.
Associazione Stea è una ONG fondata sui valori dell’antidiscriminazione e dell’autodeterminazione, La missione è di lottare per il rispetto dei diritti dell’infanzia e della gioventù e per il pieno sviluppo dei bambini e dei giovani all’interno di una società responsabile.
Garantisce servizi sociali a bambini e ragazzi di età compresa tra 0 e 35 anni in situazione di difficoltà. Opera nella città di Satu Mare dove la maggior parte delle persone vulnerabili sono di etnia Rom, e la cosa che mi ha colpita confermando ancora di più la voglia di voler collaborare con questa associazione è stato il principio su cui si basano: “Quando un uomo ha fame, non dargli il pesce, insegnagli a pescare!”

 

Schermata 2015-03-25 alle 11.51.52

I LUOGHI DIMENTICATI…

Associatia Stea questa estate ha visto la partecipazione di nuovi volontari francesi, una grande risorsa dal momento in cui il lavoro è stato allegerito, aggiungendo anche un pizzico di allegria in più, e arricchendo la mia esperienza. Con loro sono anche iniziate le attività con il progetto “caravana educalternativa”.
Questo progetto ci permette di portare il nostro lavoro nei luoghi più disagiati, ci consente di dare una speranza di educazione, di continuità, coraggio e resistenza a situazioni avverse ai nostri giovani e bambini rom. Per questi motivi, anche se stancante e a volte stressante, è quello che prediligo fare. È una soddisfazione, un’emozione come anche un motivo di studio per me, vivere le situazioni reali da dove provengono i beneficiari di Stea. I luoghi fin’ora son stati Strand, Stadion e Satmarel.
Due giorni fa è stato il turno di Stadion.
Come sempre arriviamo in questo ex stadio abbandonato, circondato ormai da molte abitazioni di famiglie rom, montiamo i nostri tavoli e siamo pronti per le attività.
Non è mai troppo semplice, i piani organizzati durante i meeting di fine giornata non sempre vengono attuati, normale in situazioni di estremo disagio, in cui dobbiamo organizzare attività per circa cinquanta bambini.
La lungimiranza nelle nostre azioni è la parola chiave, è utopico pensare di ottenere tutto e subito. Siamo continuamente di fronte a persone ai margini della società, troppo spesso analfabete, bambini totalmente iperattivi e in alcuni casi aggressivi. Questo comporta, in tutto ciò che gli si propone, una mancanza di concentrazione e attenzione.
Ci sono situazioni di assoluto caos e disordine, come immergersi in una giungla nella città.
Il motivo è da cercare ovviamente nelle loro origini,nella storia, nei pregiudizi che ne conseguono, nell’assoluta precarietà delle loro vite. I comportamenti agitati sono sinonimo di ricerca di attenzione, nulla da evitare o allontanare, nulla da trasformare in malattia sociale. Per questo noi, nonostante le avversità, ci siamo ininterrottamente. Ci siamo perché crediamo nei piccoli passi che possano prima di tutto trasmettere fiducia e autostima.
La felicità nei loro occhi, l’euforia nel vederci arrivare e nello stare con noi sono emozioni preziose, anche dopo una giornata spossante sono uno dei motivi che alimenta la convinzione nel voler dedicare il mio futuro a questo lavoro, che forse sarebbe più opportuno chiamare vocazione.
Sono luoghi, non luoghi, abbandonati, i cosiddetti dimenticati o invisibili.
A Strand invece ci occupiamo di pochi bambini, una delle famiglie più al limite tra i beneficiari di Stea. In queste “case” improvvisate, sulle rive del fiume Somis, in cui Maria, Valentina, Raluca, Alexandra, Csabi ed Eric vivono con i loro genitori, la situazione è davvero al margine del disagio sociale e abitativo. Per poter capire meglio basterebbe pensare che Eric è un bambino sordomuto, e non ha la possibilità di imparare la lingua dei segni, ergo non è assolutamente integrato, e ciò scaturisce in lui reazioni molto aggressive.
È difficile immaginare però che allo stesso tempo questo luogo vive. Questi bambini scalzi e colorati hanno la capacità di trasmettere energia. Noi in base ai bisogni e alle situazioni cerchiamo di fornire strumenti educativi e ludici. A Strand i bambini sono piccoli e con nessuna base di scolarizzazione, per questo la strada sarà molto lunga ma spero in salita.
Nel momento in cui si tolgono le barriere e i bambini cominciano a fidarsi, la speranza prende forma. I loro occhi ti guardano come se ormai facessi parte di un piccolo frammento della loro vita, e nonostante le difficoltà dovute alla diversità della lingua, ci si comprende. Sono qui, mi sto completamente spogliando da ogni costrutto, sto imparando da loro, piccoli ma grandi e a volte viceversa, stiamo cercando di dare loro qualcosa su cui costruire in futuro e sto ricevendo più umanità di quanto potessi immaginare.
Nel mese di giugno sono andata con la caravana per la prima volta a Satmarel.
È distante più o meno sette chilometri da Satu Mare. Strade completamente sterrate, un sole cocente, fino ad arrivare in questo villaggio. Ci troviamo in campagna (cavalli, galline, colori pastello), siamo di fronte un centinaio di bambini, ragazzi e i loro genitori. La diffidenza è uno dei primi fattori da combattere. Cristina mi racconta che alcuni adulti hanno il sospetto che potremmo avere dei fini non esattamente nobili, come ricavare dei soldi da questo progetto o cose simili. Ovviamente solo con il tempo riusciremo ad ottenere la loro fiducia, come d’altronde Asociatia Stea ha sempre fatto.
Il caldo si faceva sentire, la stanchezza anche, ma il sorriso… quello c’è, e deve esserci, perché questi bambini generano bellezza, sono privi di qualsiasi comfort ma possiedono in ogni momento un’allegria esplosiva, coinvolgente, contagiosa.
Sono tanti, bambini ovunque, sporchi, scalzi, con i vestiti più appariscenti e colorati o con l’ultima scarpa alla moda contraffatta. Bambini lagnosi, timidi o spavaldi, curiosi o sospettosi. Scoprono il tuo nome e cominciano a chiamarti in continuazione, ti circondano. Credo che non scorderò mai queste voci curiose. Le domande quasi sempre le stesse: come ti chiami? da dove vieni? Perché sei in Romania? Ma ti piace la Romania?
Come sempre chiesi i loro nomi, non aspettandomi assolutamente questa reazione: fui accerchiata, assalita, una voglia di farsi conoscere e riconoscere mai vista fino all’ora. Mi girava la testa per quante facce buffe ed occhi bellissimi erano intorno a me, per quante voci, tante, pronunciavano il proprio nome quasi a formarne una sola.
La giornata è finita, siamo senza forze, distribuiamo mele e dolcetti ad ogni bambino, rituale di solito complicato in quanto ovviamente il fervore nel ricevere cibo è sempre molto alto. Quella volta paradossalmente ci fu ordine e calma, al contrario del momento in cui ci allontanammo per andare via. Ci corsero dietro gridando, sorridendo e cantando in continuazione la canzoncina che le ragazze francesi gli avevano insegnato , afferrandoti e trascinandoti per le braccia, un esercito di bambini.
L’adrenalina che lasciano queste esperienze è tanta e difficile da descrivere, la speranza di riuscire a trasmettere qualcosa di importante e permanente altrettanto. Noi lavoriamo per fare in modo che, in un futuro speriamo prossimo, non ci sia più bisogno del nostro lavoro. Assurdo forse, ma vivendo la situazione di queste comunità e cercando di fornire loro con ogni singolo gesto un senso e una forma di indipendenza, è tutt’altro che paradossale.
Oggi entrando in un negozio, come sempre, accorgendosi del mio pessimo rumeno, mi viene chiesto da dove vengo e perché sono in Romania, alle mie risposte e spiegazioni c’è sempre molta curiosità come stupore e scetticismo. Questa volta il negoziante si avvicina dicendomi con fierezza e sdegno: “ l’Italia viene definita il paese del “dolce far niente” si dice solo perché nessuno conosce bene i rom e non sapete quanto loro siano i veri parassiti, la vera rovina ”. Potrei sintetizzare dicendo che queste sono solo alcune delle parole simbolo che mi spingono maggiormente ad intraprendere una strada di controinformazione, educazione interculturale ed antirazzismo.