Il Diario di Giulia a Satu Mare – Parte 2

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Associatia Stea questa estate ha visto la partecipazione di nuovi volontari francesi, una grande risorsa dal momento in cui il lavoro è stato allegerito, aggiungendo anche un pizzico di allegria in più, e arricchendo la mia esperienza. Con loro sono anche iniziate le attività con il progetto “caravana educalternativa”.

Questo progetto ci permette di portare il nostro lavoro nei luoghi più disagiati, ci consente di dare una speranza di educazione, di continuità, coraggio e resistenza a situazioni avverse ai nostri giovani e bambini rom. Per questi motivi, anche se stancante e a volte stressante, è quello che prediligo fare. È una soddisfazione, un’emozione come anche un motivo di studio per me, vivere le situazioni reali da dove provengono i beneficiari di Stea. I luoghi fin’ora son stati Strand, Stadion e Satmarel.

Due giorni fa è stato il turno di Stadion.

Come sempre arriviamo in questo ex stadio abbandonato, circondato ormai da molte abitazioni di famiglie rom, montiamo i nostri tavoli e siamo pronti per le attività.

Non è mai troppo semplice, i piani organizzati durante i meeting di fine giornata non sempre vengono attuati, normale in situazioni di estremo disagio, in cui dobbiamo organizzare attività per circa cinquanta bambini.

La lungimiranza nelle nostre azioni è la parola chiave, è utopico pensare di ottenere tutto e subito. Siamo continuamente di fronte a persone ai margini della società, troppo spesso analfabete, bambini totalmente iperattivi e in alcuni casi aggressivi. Questo comporta, in tutto ciò che gli si propone, una mancanza di concentrazione e attenzione.

Ci sono situazioni di assoluto caos e disordine, come immergersi in una giungla nella città.

Il motivo è da cercare ovviamente nelle loro origini,nella storia, nei pregiudizi che ne conseguono, nell’assoluta precarietà delle loro vite. I comportamenti agitati sono sinonimo di ricerca di attenzione, nulla da evitare o allontanare, nulla da trasformare in malattia sociale. Per questo noi, nonostante le avversità, ci siamo ininterrottamente. Ci siamo perché crediamo nei piccoli passi che possano prima di tutto trasmettere fiducia e autostima.

La felicità nei loro occhi, l’euforia nel vederci arrivare e nello stare con noi sono emozioni preziose, anche dopo una giornata spossante sono uno dei motivi che alimenta la convinzione nel voler dedicare il mio futuro a questo lavoro, che forse sarebbe più opportuno chiamare vocazione.

Sono luoghi, non luoghi, abbandonati, i cosiddetti dimenticati o invisibili.

A Strand invece ci occupiamo di pochi bambini, una delle famiglie più al limite tra i beneficiari di Stea. In queste “case” improvvisate, sulle rive del fiume Somis, in cui Maria, Valentina, Raluca, Alexandra, Csabi ed Eric vivono con i loro genitori, la situazione è davvero al margine del disagio sociale e abitativo. Per poter capire meglio basterebbe pensare che Eric è un bambino sordomuto, e non ha la possibilità di imparare la lingua dei segni, ergo non è assolutamente integrato, e ciò scaturisce in lui reazioni molto aggressive.

È difficile immaginare però che allo stesso tempo questo luogo vive. Questi bambini scalzi e colorati hanno la capacità di trasmettere energia. Noi in base ai bisogni e alle situazioni cerchiamo di fornire strumenti educativi e ludici. A Strand i bambini sono piccoli e con nessuna base di scolarizzazione, per questo la strada sarà molto lunga ma spero in salita.

Nel momento in cui si tolgono le barriere e i bambini cominciano a fidarsi, la speranza prende forma. I loro occhi ti guardano come se ormai facessi parte di un piccolo frammento della loro vita, e nonostante le difficoltà dovute alla diversità della lingua, ci si comprende. Sono qui, mi sto completamente spogliando da ogni costrutto, sto imparando da loro, piccoli ma grandi e a volte viceversa, stiamo cercando di dare loro qualcosa su cui costruire in futuro e sto ricevendo più umanità di quanto potessi immaginare.

Nel mese di giugno sono andata con la caravana per la prima volta a Satmarel.

È distante più o meno sette chilometri da Satu Mare. Strade completamente sterrate, un sole cocente, fino ad arrivare in questo villaggio. Ci troviamo in campagna (cavalli, galline, colori pastello), siamo di fronte un centinaio di bambini, ragazzi e i loro genitori. La diffidenza è uno dei primi fattori da combattere. Cristina mi racconta che alcuni adulti hanno il sospetto che potremmo avere dei fini non esattamente nobili, come ricavare dei soldi da questo progetto o cose simili. Ovviamente solo con il tempo riusciremo ad ottenere la loro fiducia, come d’altronde Asociatia Stea ha sempre fatto.

Il caldo si faceva sentire, la stanchezza anche, ma il sorriso… quello c’è, e deve esserci, perché questi bambini generano bellezza, sono privi di qualsiasi comfort ma possiedono in ogni momento un’allegria esplosiva, coinvolgente, contagiosa.

Sono tanti, bambini ovunque, sporchi, scalzi, con i vestiti più appariscenti e colorati o con l’ultima scarpa alla moda contraffatta. Bambini lagnosi, timidi o spavaldi, curiosi o sospettosi. Scoprono il tuo nome e cominciano a chiamarti in continuazione, ti circondano. Credo che non scorderò mai queste voci curiose. Le domande quasi sempre le stesse: come ti chiami? da dove vieni? Perché sei in Romania? Ma ti piace la Romania?

Come sempre chiesi i loro nomi, non aspettandomi assolutamente questa reazione: fui accerchiata, assalita, una voglia di farsi conoscere e riconoscere mai vista fino all’ora. Mi girava la testa per quante facce buffe ed occhi bellissimi erano intorno a me, per quante voci, tante, pronunciavano il proprio nome quasi a formarne una sola.

La giornata è finita, siamo senza forze, distribuiamo mele e dolcetti ad ogni bambino, rituale di solito complicato in quanto ovviamente il fervore nel ricevere cibo è sempre molto alto. Quella volta paradossalmente ci fu ordine e calma, al contrario del momento in cui ci allontanammo per andare via. Ci corsero dietro gridando, sorridendo e cantando in continuazione la canzoncina che le ragazze francesi gli avevano insegnato , afferrandoti e trascinandoti per le braccia, un esercito di bambini.

L’adrenalina che lasciano queste esperienze è tanta e difficile da descrivere, la speranza di riuscire a trasmettere qualcosa di importante e permanente altrettanto. Noi lavoriamo per fare in modo che, in un futuro speriamo prossimo, non ci sia più bisogno del nostro lavoro. Assurdo forse, ma vivendo la situazione di queste comunità e cercando di fornire loro con ogni singolo gesto un senso e una forma di indipendenza, è tutt’altro che paradossale.

Oggi entrando in un negozio, come sempre, accorgendosi del mio pessimo rumeno, mi viene chiesto da dove vengo e perché sono in Romania, alle mie risposte e spiegazioni c’è sempre molta curiosità come stupore e scetticismo. Questa volta il negoziante si avvicina dicendomi con fierezza e sdegno: “ l’Italia viene definita il paese del “dolce far niente” si dice solo perché nessuno conosce bene i rom e non sapete quanto loro siano i veri parassiti, la vera rovina ”. Potrei sintetizzare dicendo che queste sono solo alcune delle parole simbolo che mi spingono maggiormente ad intraprendere una strada di controinformazione, educazione interculturale ed antirazzismo.

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Devino voluntar

Diventiamo volontari”, questo è stato uno degli slogan del flash mob di venerdì 21 marzo, tenutosi in pieno centro nella cittadina di Satu Mare con la finalità di reclutare volontari per il progetto ”Educazione per il futuro e Caravan educalternativa” promosso da “Associazione Stea” e “Fondazione Orange” . Comincerà proprio da questa primavera e durerà per tutta l’estate. I protagonisti saranno 100 bambini e 50 giovani di strada provenienti da Satu Mare. Prevederà programmi ludici ed educativi portati da operatori e volontari nelle zone più svantaggiate.

Proprio per questo alto numero di beneficiari è necessario che i giovani ma anche i meno giovani siano spronati a dedicare, pur se solo pochi giorni della settimana a iniziative come questa, cercando di capire insieme a noi il valore e il significato del volontariato.

Nel primo pomeriggio arriviamo in centro a Satu Mare, esattamente nell’area pedonale, dove troviamo lo stand di Stea con esposti prodotti artigianali e volantini informativi, ma soprattutto una giornata di sole e sorrisi, proprio quello che è necessario per trasmettere il nostro messaggio.

Tra la coreografia ( che è stata ripetuta ben tre volte), la musica, molto emozionante, e l’ebbrezza dei ragazzi rom del centro diurno di Stea, abbiamo creato un vero e proprio flash mob contro la discriminazione razziale, contro questo “chiudere gli occhi” di fronte situazioni di forte disagio, che crediamo assolutamente lontane da noi ma che nello stesso tempo sono nostre vicine di casa. Come tali “diventare volontari” ha lo specifico significato di aprire occhio dopo occhio, lavorare per abbattere i muri secolari della discriminazione e del razzismo, informandosi, conoscendo, ma soprattutto mettendosi in gioco capendo quanto possa essere prezioso il nostro aiuto.

Un aiuto importante come lo è l’educazione di questi bambini, il nostro compito e dovere è quello di formare individui consapevoli e indipendenti, che un giorno possano avere le armi per potersi difendere, e lottare in prima persona per i propri diritti. La strada è ovviamente molto lunga ma i passi che Stea insieme ad altre associazioni come Orange stanno facendo sono sicuramente lungimiranti.

Questo concetto noi giovani dovremmo farlo nostro, a tal proposito Cristina Bala, direttrice di Stea, la scorsa settimana si è recata al Collegio Economico Gheorghe Dragoş di Satu Mare promuovendo l’importanza del volontariato.

Bisogna guardare lontano, c’è bisogno di capire che impegnarsi in azioni sociali come questa, è prolifico per rafforzare il senso di cittadinanza attiva e di democrazia, dobbiamo essere consapevoli che possiamo diventare una risorsa concreta per la nostra società , in termini di giustizia sociale, libertà e rispetto dei diritti umani.

Termino affermando che il mio impegno sarà costante.

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Diversità è ricchezza

Sono quasi terminati i meeting di Associazione Stea nelle scuole di Satu Mare e nei villaggi limitrofi, per reclutare nuovi volontari.

Il bilancio è positivo. C’è sempre molta partecipazione e una buona risposta, i ragazzi sono curiosi a ciò che gli proponiamo, cioè le attività che Stea organizza, e i principi e gli scopi che porta avanti da anni.

Con molta semplicità cerchiamo di far vivere ciò di cui ci occupiamo quotidianamente, portando le nostre personali esperienze e motivazioni. Credo sia importante parlare delle convinzioni basate sui principi di antirazzismo che mi hanno spinta ad intraprendere otto mesi fa questo percorso. Raccontare di un lavoro rivolto per il 90{3ee195ab38c8ea013e79b8f1970fc9f5a6890fe85d9f685f481c37a64b43d5d1} a persone di etnia Rom, cercare di svincolarsi da false credenze su questo popolo, comprendere la ricchezza di ogni diversità culturale, mettere in luce vite nascoste. Diamo testimonianze con video o foto rappresentanti le attività che svogliamo nel centro diurno con i ragazzi, o con il progetto “caravana educalternativa” in luoghi abbandonati come Stadion Unio di Satu Mare, nel quale lavoriamo con moltissime famiglie Rom lasciate vivere abbandonate al proprio triste e misero destino, sia dalla classe politica che dalla cosiddetta società civile. È fondamentale quindi, far conoscere ai più giovani l’importanza delle azioni che Associazione Stea porta avanti con grande determinazione, della missione che ha deciso di intraprendere con tanta fatica e impegno.

Una risposta positiva è stata ricevere in donazione zucche per Halloween da alcuni alunni. Il 30 ottobre sono venuti nel centro per intagliarle insieme a noi passando un bel pomeriggio all’insegna del lavoro creativo.

In questi incontri non manca un discorso riguardo i vantaggi che noi stessi riceviamo dal volontariato, come il miglioramento del nostro curriculum vitae, quindi delle capacità ed esperienze lavorative, il concetto di organizzazione, di appartenenza ad un team, considerevoli risorse per noi giovani. Ma la vera fortuna che riesco a percepire è la decisione di intraprendere una strada di solidarietà per toccare con mano situazioni di estremo disagio, permettendoci di porci sullo stesso piano di chi, essendo in contrasto con una società in continua globalizzazione, è costretto da un’incalzante discriminazione a vivere nel fango. Questo aggiunge alla nostra vita un’esperienza e un valore che la cambierà arricchendola umanamente. Allo stesso tempo diventiamo un punto di riferimento, migliorando nettamente la qualità delle loro giornate, non solo con un sorriso o un abbraccio in più, ma con un sostegno reale, totale e quotidiano per lo sviluppo delle vite dei giovani Rom di Satu Mare

Non siamo superiori, decidiamo di lottare non per loro ma al loro fianco. Questa esperienza mi insegna un perenne scambio reciproco, a volte difficile da cogliere perché siamo qui dando aiuti concreti, in veste di educatori, ma non credo che la giusta chiave di lettura sia mettersi sul piedistallo di chi istruisce l’altro, è invece quella di saper cogliere il risvolto della medaglia, così sottile, trasparente, agli occhi di chi troppo spesso non vede le mille sfumature dei rapporti umani.

La moneta che abbiamo in cambio è di totale amore, un insegnamento di vita, esseri umani che nonostante esistenze distrutte dalla droga, alcool, ignoranza ed emarginazione non smettono di respirare, di sorridere.

Una lezione di umanità che pochi hanno il privilegio di apprendere.

Spero che la nostra testimonianza illumini e sensibilizzi le future scelte dei giovani, che un domani avranno il compito di continuare questa catena di solidarietà.

 

di Giulia Natella