Il Diario di Giulia a Satu Mare – Parte 3 (ultima parte)

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Come capita di tanto in tanto, durante la caravana educalternativa a Stadio Unio, vado con Juszi a parlare con le famiglie che vivono proprio dietro quella struttura, ormai chiusa da anni, e mi rendo conto della sempre più disagiata situazione in cui queste persone sono costrette a vivere.

Juszi, educatore sociale , e Jzolti, assistente sociale di Stea, sono i protagonisti dell’importantissimo progetto “Echipa mobila”, Per il quale sono loro i responsabili dell’assistenza sociale a tutte le famiglie beneficiarie di Stea, come ad esempio carte d’identità , assicurazioni mediche, documenti per le case sociali, la risoluzione di ogni problema a livello cartaceo e amministrativo, assistenza fondamentale visto l’analfabetismo che spopola tra queste famiglie.

Juszi mi racconta che però il loro compito si ferma al primo step, e che ad esempio i documenti per la casa dovranno poi essere mandati al centro SPAS ( servizio pubblico di assistenza sociale di Satu Mare), che si occuperà di tutte le pratiche per stabilire una graduatoria volta all’assegnazione delle abitazioni.

L’assistenza sociale data da Stea è l’unico supporto di cui le famiglie Rom di Satu Mare, senza fissa dimora, possano godere. L’informazione, tra queste famiglie, per ottenere case sociali è scarsa, e l’assistenza nel compilare moduli riguardanti l’accesso alla casa sono pressochè inesistente, limitata solo al lavoro dell’unità mobile STEA. Questo insufficiente sostegno rende la situazione disastrosa per il forte tasso di analfabetismo della maggior parte delle famiglie, impossibilitate nella risoluzione dei problemi in modo indipendente ed autonomo.

L’accesso all’appartamento sociale è permesso solo possedendo alcuni requisiti che, per persone normalmente integrate potrebbero essere scontati, ma rapportati a famiglie senza fissa dimora e senza un lavoro, sono davvero eccessivi ed assurdi. Possedere documenti d’identità, assicurazioni mediche sono procedure che le famiglie rom di Satu Mare non possono ottenere in modo indipendente , ergo c’è bisogno di un aiuto continuo e costante, non considerando appunto il fatto che non avendo un alloggio fisso è praticamente impossibile ottenere documenti d’identità che richiedono di attestare la residenza. Insomma il classico circolo vizioso e discriminatorio senza via d’uscita.

Da non sottovalutare poi il problema della necessità dei documenti di nascita dei bambini, una gran parte sono apolidi, ovvero senza documenti di cittadinanza. Per accedere a questi alloggi si deve fruire almeno di una parte di questi requisiti: i documenti d’identità e residenza , la possibilità di pagare la quota mensile per la casa, quindi il possesso di un lavoro di almeno uno dei genitori, la frequenza scolastica dei figli. Una lotta verso l’impossibile per STEA., soddisfare tutte le famiglie rom di Satu Mare, sia per la grande mole di lavoro, sia perché gli alloggi che sono disponibili nella città sono nettamente inferiori al numero di Rom che ne fanno richiesta.

Alla fine si, qualcosa si muove, l’impegno di Juszi , Jzolti ed anche di Magda dà assolutamente buoni frutti, ma il grande problematico risvolto di questo ottimo lavoro, è la segregazione in veri e propri ghetti.

I bloc, appartamenti sociali, sono abitati solo ed esclusivamente da famiglie Rom, uno spazio dove tenere lontano dagli occhi una situazione di margine e povertà, dove l’amministrazione pubblica svolge il suo misero e limitato ruolo, ammassando come animali della stessa razza queste persone ai margini della città, negli stessi luoghi da dove con tanta fatica cercavano di fuggire, situazioni , aimè, molto familiari nel nostro paese.

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Estate a Stea

È arrivata l’estate anche a STEA!

In questo periodo dell’anno c’è una grande partecipazione di volontari francesi, giovani, pieni di idee e di energia. Una grande risorsa per l’associazione e personalmente una forte esperienza di scambio culturale, di pensiero, e amicizie che, pur geograficamente lontane, manterrò nella mia vita.

Sono mesi di allegria, condivisione, idee e creazione.. mi soffermerò raccontando dei ragazzi che hanno inciso particolarmente nel mio percorso, come Astrid, Sophie e Damien.

Astrid, una ragazza dall’allegria ed energia contagiosa. Lei è riuscita a fare un breve corso di primo soccorso ai beneficiari del centro, molto utile e divertente.

Mentre Sophie , con il mio aiuto,quello di Astrid, di Claire, Nastasia e Alise (altre ragazze francesi che son state con noi un mese) ha ideato una delle attività che più ho preferito.. il tema è stato la multiculturalità! Sophie di origini vietnamite, ha pensato, anche se in poco tempo, di trasmettere le basi di un concetto fondamentale: l’antirazzismo. Sembrerebbe assurdo e superfluo con tutti gli insegnamenti primari sull’igiene o sul lavoro di cui hanno bisogno i beneficiari di STEA.. ma come sappiamo chi è vittima di discriminazione e razzismo tende molto spesso a ripetere gli stessi comportamenti, prendendo il ruolo del carnefice.

Abbiamo notato molto spesso come alcuni bambini di Stadio Unio abbiano avuto atteggiamenti razzisti nei confronti della stessa Sophie, così abbiamo definitivamente deciso di prendere questa iniziativa. Costruendo un cartellone geografico, raccontando e parlando tramite il gioco delle varie culture nei diversi continenti, abbiamo reso questa esperienza unica. Carmen, Maria, Kati erano totalmente entusiaste, curiose e attente. A fine attività abbiamo dato il via alle danze: per ogni paese la corrispettiva danza tradizionale. Concludendo poi con le parole di Sophie, semplici ma efficaci, riguardanti l’uguaglianza e il rispetto di ogni diversità culturale ed etnica.

Un’altra parte importante, in questa estate, è stato il mese di Louise. Una ragazza Parigina di appena diciannove anni. Una piccola grande donna, un’amica e fonte di energia e nuovi stimoli per il mio progetto.

In contesti lavorativi come Stea c’è bisogno di carica e positività, perché spesso la stanchezza e lo stress sono protagonisti. La sua vitalità è stata contagiosa per me, ed importante è stato anche condividere gli stessi ideali di antirazzismo che accompagnano le nostre vite e che ci hanno fatto incontrare.

Un’esperienza fondamentale che condividiamo con tutti i volontari, è il progetto “caravanaeducalternativa”.

Raggiungere i luoghi dove i bambini e le famiglie più disagiate vivono è un’esperienza toccante, una forte emozione e sempre nuova.

La reazione dei nuovi volontari quando per la prima volta arrivano a Stadio Unio o a Strand, è sempre tra l’incredulità e lo sconforto.

Questi luoghi “fantasma”, abitati da mille anime coloratissime!

Un parco giochi senza giostre, posti in cui il tempo e le speranze sembrano essersi fermati, in cui è come se quei bambini non cresceranno mai, intrappolati in un’isola che non c’è

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I disegni della speranza

Pochi giorni fa, come tutte le mattine, ci sediamo con i nostri ragazzi intorno al tavolo, dando sfogo alla creatività. Ed ecco qui colori, matite, temperini, gomme da cancellare.

Voglio dedicare riflessioni proprio a questo momento della giornata, importante e fondamentale, per capire, per entrare nei loro occhi, perché questo momento apparentemente solo ludico, è uno dei più terapeutici.

Piuttosto che spiegare la vastezza e la complessità dei problemi psicologici di questi ragazzi ormai oppressi da una società emarginante, che sembra un labirinto senza via di fuga, costretti alla vita in strada, in condizioni sempre più precarie, preferirei soffermarmi su quell’ora di attività che sembra riuscire a porre un freno al caos e adrenalina eccessiva e stressante che per ovvi motivi li caratterizza.

Come in una magia con dei colori e dei fogli, attraverso la possibilità di esprimere il loro mondo interiore si può osservare la luce negli occhi cambiare, positivamente.

Piri è una ragazza di ventotto anni, è la prima dei ragazzi del centro che ho visto quel nove marzo quando mi catapultai in questa realtà. Vedendola, pensai subito che ero di fronte ad una vita spezzata, a dei grandi problemi psicologici e di igiene. E sfortunatamente non mi sbagliavo. Ma la sto conoscendo profondamente solo ora, e credo questo sia il tempo giusto. A volte mi crea forte stress, in quanto le sue manifestazioni di affetto sono esagerate, fisiche ed aggressive, ormai da quasi cinque mesi. Sembra avere come varie personalità, ma solo ora scopro in lei, con forte stupore, un grande senso di responsabilità nel lavoro, di rispetto.

Questi momenti non durano molto, ma sono così preziosi che va bene goderne a piccole dosi. Mi scoprii stupita anche quando pochi giorni fa mi spiegò come, tutte le sere lavi i suoi vestiti, si faccia una bella doccia, e dorma in un piccolo ma comodo letto nel centro notturno, volendomi trasmettere la sua normalità, con una dolcezza che in Piri colgo raramente. Scoprirla rilassata e tornare bambina proprio quando ci sono attività di disegno, come se quello fosse un momento per riflettere, per comunicare realmente. Il disegno può essere una terapia in quanto il movimento stesso e la cromaticità dei colori allontanino ogni forma di stress, ma a volte scorgo in loro un vero cambiamento, forse perché possono sentirsi protagonisti, nessuno escluso: da Kati, a Dani a Viorica. Quest’ultima anche è una grande soddisfazione, in quanto nel disegno abbia un’assoluta e inaspettata concentrazione e precisione.

Ricordo con estrema tenerezza un episodio che forse riportato e scritto non renderà la commozione che ho provato, e che comunque normalmente provo da marzo quasi quotidianamente condividendo giornate con questi uomini, donne e bambini. Lui si chiama Hercules, non so nulla di questo ragazzo, è una delle tante mine vaganti in Asociatia Stea.

L’ho visto poche volte e soffermarsi a capire tutti, tutte le loro storie, è quasi impossibile, ma la scorsa settimana Astrid, la nuova volontaria francese, richiama la mia attenzione facendomi notare il disegno di questo piccolo uomo. Magda aveva fatto rappresentare a ciascuno di loro un “fiore della vita”. “Sul fiore stesso scrivete chi siete e sulle foglie cosa volete dal futuro.”

Più o meno tutti i ragazzi avevano scritto le stesse cose:” sono un ragazzo, mi piace lavorare, non mi drogo e non fumo.”

Vere o false che siano queste affermazioni ti fanno sorridere il cuore.

Per poi soffermarmi sul fiore rosa di Hercules. Un giovanissimo ragazzo, dal nome così virile, ma dal volto così sensibile, che definiresti uno dei tanti rom del ghetto.

Occhi che raramente ho visto qui, e forse raramente rivedrò. Una tenerezza, una sofferenza, una bellezza che mi ha portato al limite della commozione.

Leggo semplicemente “ mi piace lavorare, ma vorrei una famiglia, vorrei un lavoro, non sono un uomo che si droga”, ecco, come se stesse scrivendo il proprio curriculum vitae, definendosi uomo avendo poco più di diciotto anni.

Ti guarda con quel viso bello e dolce, con tutti quei tagli sulle braccia, tagli che lo accomunano a tutti gli altri ragazzi.

Tagli di una vita rotta, inesplosa, di abbracci spezzati, ormai quasi come se fossero un rito. Occhi che chiedono continuamente aiuto.

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E’ arrivata la mia ultima settimana a STEA.

Voglio cercare di fare un bilancio raccontando brevemente le sensazioni e le esperienze di questi nove mesi di volontariato nella città di Satu Mare.

Sono partita con ansie, paure, ma con un entusiasmo che le superava di gran lunga. La paura di non soddisfare le aspettative, o di non essere all’altezza dei compiti da svolgere era molta, ma dal primo giorno in cui mi sono state aperte le porte dell’associazione STEA ed ho visto quelli che definiamo i beneficiari del centro, ma che sono diventati parte della mia vita, è cambiato tutto. L’approccio informale che ho trovato mi ha fatto subito sentire a mio agio, pensando che quello che dovevo fare era solo mettermi in gioco.

Facce buffe, allegre, ma troppo spesso rovinate dall’abuso di alcool e droga, da una vita abbandonata e trascorsa in strada. Nei primi momenti si ha difficoltà nell’addormentarsi perchè ci si sente coinvolti e segnati da ciò che durante le giornate lavorative si vive, poi si impara ad essere forti, si impara quel distacco necessario ad affrontare situazioni di estremo disagio, un distacco utile ad un aiuto più efficace.

Giorno dopo giorno mi son sentita sempre più viva rapportandomi a donne, uomini e bambini che ponevano in me, dopo una prima conoscenza, la loro fiducia. Gli abbracci quotidiani, i loro sorrisi sono stati fonte di energia, anche nei momenti più difficili, dove ti senti stanco , stressato, nostalgico, ma guardi nei loro occhi, e capisci che hanno bisogno di te in quel momento, così la tua stanchezza viene meno, e sei pronto per affrontare un’altra giornata al loro fianco capendo di essere nel luogo giusto al momento giusto.

Come Piri, una ragazza di trent’anni, dai grandi problemi psicologi, dovuti alla vita passata in strada. Una forte aggressività fisica sfogata nei primi mesi anche nei miei confronti, uno strano modo di dimostrare affetto, di imporsi tra le persone, un modo che solo chi è disposto a guardare in profondità potrebbe comprenderne le radici. Tutto questo mi aveva creato abbastanza stress, ma con il passare dei mesi Piri ha migliorato i suoi atteggiamenti. Come lei potrei fare i nomi di tutti gli altri per dare un volto a coloro che sono stati i protagonisti delle mie giornate. Ad esempio Kati, sorella di Piri. Anche lei una vita trascorsa in strada, segnata dalla prostituzione, un figlio dato in adozione ed ora tanta voglia di riscatto, nonostante anche lei abbia dei ritardi a livello psicologico. Ci sono stati episodi puri e disarmanti che ricorderò per sempre come quando con Dani, il suo compagno, incontrando per strada me e Louise ci comprarono un gelato, insistendo fino a farci cedere. Mentre tutti insieme mangiavamo parlando del loro lavoro, vedevo nei loro occhi una grande fierezza ed orgoglio. Li ho visti per la prima volta comportarsi come degli adulti, un cambio di atteggiamento radicale rispetto a quando erano nel centro diurno, dove tutti loro hanno comportamenti infantili , facendo una gara a chi riesce ad attirare più attenzione. Poi ci sono David, Karol, Maria, Karlos, Carmen, il piccolo Aris, Levi, Rudy, Viorica, e Dani , uno dei ragazzi a cui mi sono legata di più. È un simbolo per me, è una parte fondamentale della mia esperienza, uno dei motivi della mia lotta. Dani è un ragazzo di ventiquattro anni, dal suo cognome ha preso il nome l’associazione Popìca di Roma. Popìca significa birillo in rumeno ed è il soprannome che Dani aveva da piccolo. Ho stretto un rapporto bellissimo con lui. Parla molto bene la lingua italiana, per questo i primi mesi è stata decisamente importante la sua presenza a Stea. Ho parlato tanto con lui, ho vissuto le sue sofferenze, mi sono anche arrabbiata molto. E’ diverso dagli altri ragazzi del centro con problemi psico sociali. Dani ha svolto molti lavori, ed ha avuto molte possibilità per migliorare la sua vita, tutte terminate con una scusa piuttosto che un’altra.

Un ragazzo in gabbia, imprigionato dal suo passato nel suo presente. Ora vive in strada, e difficilmente cercherà di evadere da questa città. Incrociare il suo sguardo, scambiarci due parole, mentre aspira dalla busta piena di colla la sera, quando ero con i miei amici, è stata una delle esperienze che mi ha segnata di più, il senso di ingiustizia mi perseguitava in questi momenti.

Come incontrare ogni settimana per nove mesi vicino casa alcuni dei bambini di stadio Unio mendicare o stare semplicemente in strada senza un preciso scopo, magari seduti sulle scale di un supermercato, con i volti senza speranza. Ti vedono e puntualmente esplodono di adrenalina, come se avessi salvato la loro giornata con un solo abbraccio, orgogliosi e fieri di poter essere riconosciuti, salutati, abbracciati in quella strada dove da sempre sono vittime di discriminazione e pregiudizi. Rapportarmi con questi bambini è stato uno dei momenti più formativi ed emozionanti .

Cerchiamo di insegnare non rendendoci conto di quanto, nello stesso tempo, riceviamo. Abbiamo dato un barlume di speranza in luoghi fantasma, lottato con loro. L’associazione STEA cerca di interrompere un circolo vizioso iniziato dai pregiudizi che hanno relegato ai margini della società una popolazione dalla cultura antichissima, complessa , difficile da comprendere, rendendola povera, senza futuro , mancante dei diritti fondamentali dell’uomo, di cui ogni cittadino dovrebbe godere. Mi rendo conto ora di quanto mi senta arricchita, a livello lavorativo e personale, un bagaglio di vita che ha superato le mie aspettative, nonostante i momenti difficili, dovuti alla lingua, alla distanza dal mio paese, all’approccio con un lavoro completamente nuovo, ma che , ho saputo affrontare, mettendo il primo tassello per un futuro che ora vedo ancora più nitido. Sono partita spinta dalle mie convinzioni antirazziste, decidendo di dedicare la mia vita all’integrazione e all’educazione interculturale, posso dire ora, con certezza, che questa esperienza non è stato un obiettivo , ma l’inizio di un percorso. Il mio EVS ha illuminato le decisioni che ho preso e che prenderò per il mio futuro lavorativo e come cittadina attiva.

Arricchita anche dalle tante esperienze interpersonali, che hanno reso più facile il mio percorso: un grazie ai volontari provenienti da tutto il mondo che ho incontrato. Abbiamo incrociato le nostre strade, mescolato le culture più diverse, perseguendo la stessa via di solidarietà e impegno sociale. Poter dire di aver trovato degli amici per la prima volta rapportandomi in un’altra lingua è un’emozione paragonabile solo al resto delle sensazioni provate nella mia associazione.

Sento di consigliare l’European Volonteer Service a tutti i ragazzi spinti da una passione, che abbiano voglia di fare una prima esperienza lavorativa affiancando un team di professionisti, dare un contributo alla società, valorizzando il concetto di cittadinanza attiva, che in un contesto internazionale prende il sapore di scambio culturale e abbattimento dei confini.

La mia vita ricomincia da qui.

Un grazie speciale ed unico a tutta la squadra di Associazione STEA, ai miei amici ed alla mia famiglia che mi supporta e mi permette di seguire i miei sogni.