In Strada

35 tazzine da caffè, una accanto all’altra, perfettamente lucidate ed allineate, posizionate su 3 mensole. E’ stato facilissimo contarle in meno di un minuto. Cristi era sorpreso perché avessi notato quel particolare. Lui, che da sempre visita quel posto, non ci aveva mai fatto caso. Per me, invece, notare quel dettaglio è stato incredibilmente sorprendente …come dimenticare che in una delle baracche arrangiate sulle rive del fiume Somes da 2 beneficiari del progetto “Sradalternativa” c’erano 35 tazzine da caffè sistemate con estrema cura per arredare quel piccolo spazio di 3 metri quadrati…

La settimana scorsa sono stata per la prima volta in giro per strada con l’unità mobile di Stea e continuerò a farlo almeno 2 volte alla settimana. La strada è un elemento fondamentale e necessario da scoprire se ci si vuole addentrare in quella realtà che è così diversa da quella che noi – persone con un tetto sulla testa- viviamo quotidianamente. Solo girando, scoprendo, conoscendo, visitando e vivendo la strada, ci si rende davvero conto delle reali difficoltà e delle condizioni precarie che caratterizzano la vita dei ragazzi, dei bambini e delle intere famiglie di strada di Satu Mare.

Z. e F., due ragazzi che frequentano il centro diurno di Stea e che durante l’inverno dormono nel dormitorio gestito dal Servizio Pubblico di Assistenza Sociale – SPAS – qualche settimana fa mi hanno mostrato i due spazi sotto al ponte Decebal in cui hanno vissuto per almeno 5 anni. Il primo è aperto e visibile quando si passa sotto al ponte, l’altro è un vero e proprio buco che si trova tra l’estremità inferiore del ponte ed il terreno, ingresso di un varco che ha rappresentato , per anni, un rifugio per molti ragazzi e bambini che vivono in strada. Quando ho visto il secondo buco mi sono impressionata: era stretto e bassissimo, c’era bisogno di accovacciarsi per entrare. Per fortuna in inverno questi buchi sono vuoti, ma probabilmente ospiteranno qualcuno all’arrivo della stagione calda, quando tutti i beneficiari di “Stradalternativa” che attualmente dormono nel Centro di Servizi di Urgenza (CSU) verranno buttati fuori ed abbandonati al loro destino.

Quei ragazzi che, invece, hanno costruito le proprie baracche per non rimanere vittime della strada e del freddo, nonostante abbiano provveduto anche ad arrangiare un sistema di riscaldamento , vivono in condizioni assai precarie. Case di lamiera di 3 o 4 metri quadrati, dove c’è spazio per 3 letti al massimo su cui dormono anche 7 persone; assenza di servizi igienici anche nelle immediate vicinanze; umidità ed acqua che pervadono tutto durante i mesi invernali. Quando piove, infatti, le baracche – costruite nella terra – si riempiono d’acqua e di umidità e, per ovviare al problema, i ragazzi utilizzano quanti più teli e tappeti possibile per far assorbire l’acqua. La totale mancanza di servizi igienici non permette ai membri delle famiglie ( sono tutte Rom quelle che vivono per strada ) di vivere in un ambiente salubre, né di potersi lavare . E’ proprio per quest’ultimo motivo che la maggior parte dei bambini e ragazzi Rom non va a scuola: anche quando sono in possesso di documenti d’identità, tuttavia rimangono privi di qualsiasi mezzo materiale. Lungi dall’essere disinteressati all’educazione ed alla scuola, come pensa la maggior parte della popolazione locale, i bambini di etnia Rom non hanno vestiti puliti, non hanno cibo, non hanno soldi per muoversi ed hanno vergogna di andare a scuola sporchi. Un terribile circolo vizioso che perpetua la condizione di discriminazione ed emarginazione di questa fascia di popolazione , che non riesce a concludersi, anzi, si aggrava con il trascorrere del tempo.

Vicino alla prima baracca in cui sono entrata a visitare una famiglia Rom di 6 persone c’è un grande bloc abbandonato, situato proprio nella zona degli emarginati, nell’estrema periferia della città, accanto ad un edificio fatiscente in cui qualcuno dei nostri beneficiari vive , senza elettricità e senza acqua. Il bloc è vuoto ed abbandonato da anni. Quando vedo queste realtà di solito rido per non piangere.

Che tristezza vedere che in presenza di edifici che potrebbero ospitare centinaia di persone, le famiglie in preda alla discriminazione ed alla totale mancanza di risorse hanno dovuto costruirsi da sé minuscole casupole di lamiera. Che desolazione sapere che la società civile sa, ma non fa nulla per cambiare le cose. Che rabbia constatare che l’amministrazione pubblica non sappia e non voglia gestire i propri fondi per alleviare le sofferenze delle persone storicamente emarginate. Che indecenza e che vergogna che esistano ancora, e sempre, cittadini di serie A e cittadini – quando sono cittadini – di serie B.

Questa palese discriminazione, l’assoluto menefreghismo, l’assenza di lungimiranza politica , la cattiva gestione degli spazi e degli edifici pubblici da parte dell’amministrazione locale, l’inottemperanza delle leggi relative alle dimore per le persone Rom, rendono difficile spezzare il circolo vizioso, e questo è deprimente.

Eppure sarebbe possibile, e non difficile, interpellare gli esclusi, ascoltarli, valutare le loro richieste, creare un processo di mediazione con le autorità pubbliche, cercare di trovare e raggiungere un compromesso che possa giovare entrambe le parti, impegnarsi insieme per trovare una soluzione e per garantire un’esistenza decente alle persone Rom della comunità di Satu Mare.

Che cosa significavano quelle 35 tazzine nella baracca se non un desiderio di avere una casa “normale” e decente come quelle di tutti gli altri cittadini?

di Ylenia Perrottelli (volontaria SVE Popica Onus)