LO STADIO UNIO DI SATU MARE

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Non è una struttura sportiva come si potrebbe pensare. Non ci si gioca a calcio, non ci si accede per vedere la squadra del cuore. Quando ci si avvicina ha tutta l’apparenza di un vero stadio ma quando ci si passa accanto l’immagine è surreale.
Struttura in disuso ed abbandonata da anni, lo stadio Unio è diventato un rifugio per moltissime famiglie rom senza tetto. Situato in una zona ghetto che ospita più di 200 persone di etnia rom, rappresenta l’emblema della precarietà e della separazione dei rom in città.
In questa zona, chiamata Crângului, si ha l’impressione di essere entrati in un’altra dimensione, in un’altra città. All’ingresso della strada che conduce allo stadio, sulla destra, c’è una casa bianca che appartiene al Comune di Satu Mare dove, dall’inizio degli anni ’90, vive una grande famiglia rom di lingua ungherese. In quegli anni i residenti pagavano l’affitto al Comune ma poi, considerata l’assenza di servizi, compresi quelli igienici, il Comune ha permesso loro di rimanervi senza pagare l’affitto simbolico che prima pagavano. Vecchissima e cadente, ospita circa 40 persone che vivono in 6 stanzette situate l’una accanto all’altra.

Proseguendo in direzione stadio, si incontra un complesso di casette di legno colorate che sono alloggi sociali costruiti circa 10 anni fa dall’ONG di Satu Mare Hans Linder. Dall’esterno sembrano case graziose e spaziose, ma entrando dentro ci si ritrova in spazi di pochi metri quadrati costituiti da un’unica piccola stanza, senza cucina, ed un bagno. Questi alloggi sono stati assegnati a più di 100 persone rom. Appaiono con tutta evidenza i criteri in base ai quali si assegnano gli alloggi sociali: l’etnia.
L’intera zona è priva di bidoni per l’immondizia, pertanto, tra la casa bianca ed il complesso di alloggi sociali c’è solo la vista di cumuli giganti di rifiuti.
Arriviamo allo stadio, una zona definita “complessa” dall’unità mobile di Stea. Nelle ultime settimane ci stiamo addentrando spesso in questa zona difficile per conoscere meglio le persone che hanno costruito la propria dimora negli ex spogliatoi del complesso abbandonato e le loro storie.
Più di 50 persone vivono qui e molte di queste hanno perso la casa. Altre, invece, non l’hanno mai avuta. Da circa due mesi non hanno l’elettricità e, di conseguenza, i loro alloggi arrangiati sono invasi dai topi. Avevano creato un allaccio ai cavi di un appartamento sociale e pagavano i loro consumi all’inquilino dell’alloggio ma, quando il Comune ha staccato l’elettricità all’inquilino moroso, non ha avuto il minimo riguardo per le persone dello stadio. Il Comune sapeva, ma non si è preoccupato di loro, pur sapendo che essi pagavano i loro consumi di energia all’inquilino dell’appartamento sociale.
Per avere un po’ d’acqua la procedura è la stessa: poiché il luogo più vicino per poterla prendere si trova a 7 Km , i residenti dello stadio si rivolgono agli inquilini degli appartamenti sociali, pagandogli i loro consumi.
Non ci sono persone che lavorano allo stadio. Molte famiglie sopravvivono grazie all’esercizio della prostituzione delle giovani madri di famiglia; altre con la vendita di materiale di plastica e ferro che trovano per strada o nella spazzatura.

E’ uno strazio tornare a casa dopo essere stati allo stadio. La sensazione di impotenza ci assale. Le storie che ci vengono raccontate sono agghiaccianti. Chi ha perso la casa per potersi permettere di pagare l’operazione per estirpare un cancro, chi ha dovuto dare la propria casa ad usurai, chi non ha mai ottenuto giustizia, chi non riceve più il misero sussidio sociale a causa di malattie o infortuni sopraggiunti che gli hanno impedito di lavorare per la comunità.
Purtroppo l’intero sistema legislativo rumeno contribuisce ad abbandonare le persone ad uno stato di precarietà.
Per avere il sussidio sociale, per esempio, tutte le persone che non lavorano e che non vanno a scuola, di età compresa tra i 16 ed i 65 anni, sono tenute a prestare un servizio lavorativo di 60 o più ore mensili, che vengono calcolate in base all’ammontare del sussidio che ricevono.
Quando un beneficiario non ha la possibilità di lavorare a causa del peggioramento del proprio stato di salute, il Comune è tenuto a sospendere il sussidio in caso di mancata giustificazione. Ma giustificare la propria inabilità non è cosa semplice per le persone che non conoscono tutte le procedure da implementare e che, nella maggior parte dei casi, sono analfabete. Non ricevendo alcuna forma di assistenza sociale, quasi tutte rimangono senza il sussidio minimo garantito e vengono dimenticate…..Non vi sono, infatti, persone in città che abbiano il compito di svolgere un lavoro di accompagnamento costante a persone che non possono permettersi neanche di pagare un certificato medico che attesti il loro stato di salute, nel caso in cui abbiano un medico di famiglia.
Giorno dopo giorno mi rendo conto che la tendenza generale in questo paese è abbandonare gli individui alla loro sorte: senza accompagnamento, senza sussidio, senza attenzioni, solo negazione dei diritti fondamentali.

Troppo spesso torno a casa delusa, arrabbiata e triste. E’ difficile non pensare a ciò che vedo ogni giorno. Tutte le immagini rimangono fisse nella mia mente e difficilmente scompaiono, anche solo per pochi attimi. E di notte, quando piove, l’umore peggiora. I miei pensieri sono rivolti a tutte le persone che ho visto poche ore prima, che convivono con pioggia, umidità e topi in casa. Le splendide, infelici e coraggiose persone che sopravvivono giorno dopo giorno, con tutte le loro forze, ma senza speranze.

di Ylenia Perrottelli, volontaria SVE di Popica