Per le strade di Satu Mare

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A Satu Mare da Dicembre a Febbraio arriva il gelo invernale. Il termometro scende al di sotto dei -15°C. Neve e ghiaccio dappertutto.

Per chi vive per strada senza un riparo vuol dire morire. Per chi si fa di colla o beve vuol dire morire senza neanche rendersene conto.

Cristian, l’operatore dell’unità mobile, in questi mesi si è preoccupato di trovare un posto, per i ragazzi che seguiamo, al dormitorio notturno gestito dai Servizi Pubblici di Assistenza Sociale di Satu Mare.

Il dormitorio ha le sue regole da rispettare, come ad esempio: si entra solo dalle 18 alle 22; chi è ubriaco o drogato non entra; chi ruba o crea problemi nella struttura viene lasciato fuori.

Certo, ormai la situazione è quasi sotto controllo e 20 ragazzi sono entrati nel dormitorio. A Dicembre però, come ogni anno, la paura fra gli operatori che il freddo tornasse a mietere le sue vittime era altissima.

Mi ricordo un pomeriggio in particolare. Continuava a nevicare da due giorni, ma con Gheorghe*, uno dei 6 ragazzi che vivono nell’appartamento sociale, abbiamo deciso di uscire comunque.

Si respirava aria di festa in città. Il centro era tutto addobbato, pieno di luci, famiglie a passeggio e Babbi Natale.

Ma la paura che il freddo natalizio non risparmiasse i boskettari era sempre presente.

Così, tornando a casa, verso le otto, abbiamo deciso di passare sotto il Ponte Decebal, dove sono soliti dormire 10-12 ragazzi che seguiamo. Sotto il ponte ci sono 2 punti dove i nostri si radunano spesso per la notte.

Il primo è all’aperto. Era deserto, per fortuna: c’erano soltanto materassi abbandonati e ormai congelati.

Il secondo è un buco fra il terreno e il ponte. Ci avviciniamo e vediamo David* allontanarsi in fretta.

“David!”. David si gira, ci saluta e corre verso di noi.

“Che ci fai qui?”, gli chiedo.

“Sono venuto a vedere se Jenti* aveva bisogno di qualcosa, prima di andare al dormitorio. Dice che vuole venire anche lui domani, se venite a prenderlo con la macchina.”

Jenti ha un problema alle gambe e non riesce a camminare. Un anno fa era migliorato parecchio e riusciva di nuovo a fare qualche passo da solo; ma l’estate scorsa, mentre chiedeva l’elemosina, ci ha pensato la polizia a rompergli le gambe a calci.

“Jenti sei sveglio? Possiamo entrare?”

“Certo che potete… Ma come fate a entrare? E se vi fate male o rimanete incastrati?”

“Non preoccuparti, ci aiuta David.”

“Ma vi sporcherete dalla testa ai piedi!” ci avverte David. Gheorghe sorride e gli dice che per noi non era un problema.

L’ingresso è un corridoio di 4-5 metri, una fessura fra due pareti per essere precisi, alta meno di un metro e così stretta che a stento riesce a passare una persona. David mi prende per mano e iniziamo a strisciare fra le pareti, nel buio. Gheorghe dietro di me.

Alla fine del corridoio il buco si allarga, ma si può stare soltanto accovacciati, seduti o sdraiati. Là arrivano a dormire anche in 7-8, ma ormai era rimasto solo Jenti. Gli altri erano già entrati nel dormitorio. Ci facciamo luce con la torcia: materassi e rifiuti ovunque. Una puzza terribile.

“Mi scusi per il disordine, signorina, ma non sono riuscito a fare le pulizie…”.

Sorrido, gli dico di non preoccuparsi e di darmi del tu. Lui insiste e dice, con aria triste e imbarazzata, che si vergogna a ricevere visite in quello schifo.

Gheorghe e David lo rassicurano ancora e Jenti comincia a rilassarsi e a raccontare pezzi di sé e della sua vita in strada. Dopo un po’ mi chiede gentilmente se possiamo portare anche lui al dormitorio il giorno seguente.

“Certo. Ma non è che scappi un’altra volta?”. Era successo solo quattro giorni prima: Cristian, l’operatore, e gli amici di Jenti erano venuti a prenderlo per portarlo da noi al centro diurno, farlo lavare, cambiare e mangiare. Dopo un paio d’ore lo avevano portato al dormitorio. Ma il giorno dopo era scappato, con l’aiuto del fratello: Jenti vuole essere “libero” e non resiste facilmente alle regole.

“No stavolta non scappo, promesso. Fa troppo freddo per stare fuori.”

Gli dico che Cristian sarebbe passato il giorno dopo con la macchina. Lui mi ringrazia e si scusa ancora una volta per le condizioni di “casa sua”.

Si era fatto tardi: David rischiava di rimanere chiuso fuori dal dormitorio. Così salutiamo e poi andiamo via, strisciando.

Siamo di nuovo fuori.

David si fuma una sigaretta con noi, poi ci saluta e corre verso il dormitorio. Noi torniamo a casa con calma.

Il giorno dopo Jenti è entrato nel dormitorio e oggi è ancora là, con gli altri.

Chissà se quest’anno riusciremo a vincere noi contro il freddo….

 

Alessandra Furnari

Responsabile del Progetto StradAlternativa per POPICA ONLUS

 

*Per ragioni di privacy i nomi dei ragazzi sono fittizi.