Se guardi in faccia un rom

Ottanta anime nel fango. Tra topi, umori e miasmi. Ottanta storie, dimenticate come il popolo ramingo e invisibile della cui sofferenza sono testimonianze vivide, pulsanti. Ottanta volti. Vivi. Unici. Umani. «Non si può capire nulla dei rom e della loro vita finchè non si ha il coraggio di guardarli in faccia», mi spiega Gianluca mentre scivoliamo giù dalla Casilina tra le lamiere accartocciate di uno sfasciacarrozze e il putrescente groviglio di una mini-discarica improvvisata, imboccando il sentiero melmoso che ti sospinge gibboso verso il campo. Mentre scendiamo, un giovane uomo viene su lasciando un solco sottile sul fango con una vecchia bicicletta inzaccherata. Si avvicina, lo inquadro meglio: capelli corti e ben pettinati, occhi scuri, carnagione olivastra, addosso porta un normalissimo giubbotto nero e un passabile paio di jeans, ai piedi degli scarpini di una marca tra le più boicottate e venerate del pianeta. Si chiama Daniel. Saluta Gianluca come un vecchio amico e subito gli chiede, in un italiano tanto sgangherato quanto efficace: «Hai portato la medicina per mio figlio?». È la prima della serie quasi interminabile di richieste, sollecitazioni e raccomandazioni che collezioneremo durante la nostra visita al campo: dopotutto, Gianluca e l’associazione per cui lavora, la onlus Popica (”birillo“, in rumeno: il perché scopritelo su www.popica.org), sono qui anche per questo. Per dire ai rom che non sono invisibili. E per dirlo nella maniera più esplicita possibile: cercando di risolvere, quando possibile, i loro problemi. Che sono infiniti.

ALLOGGI DI SFORTUNA – Qualche giorno fa, a meno di un chilometro da qui poliziotti e militari della folgore hanno provveduto allo sgombero delle decine di rom che si erano installati in un fazzoletto di terra al limitare di villa De Santis, lungo via dei Gordiani, periferia est di Roma. «Gli uomini sono stati caricati su un pullman della polizia e condotti all’ufficio immigrazione per l’identificazione – racconta un altro operatore di Popica, Christian – Le donne e i bambini hanno preso a vagare, in colonna, con sacchi sulle spalle, alla ricerca di un nuovo posto dove stare. Alla fine, dopo alcuni giorni, siamo venuti a sapere che sono stati ospitati alla ex Fiera di Roma, sulla Cristoforo Colombo. Troppo lontano per permettere ai bambini di raggiungere gli istituti dove avevano iniziato l’anno scolastico». Alla faccia dell’integrazione. E le baracche? Le ho viste prima di arrivare al campo con Gianluca. Le hanno abbattute, a calci probabilmente perché quell’ammasso scricchiolante di legna, vetri e detriti non è lavoro da ruspa. Sgombero sì, bonifica manco per niente, insomma. Ma questa è un’altra storia. È invece una vicenda sinistramente simile a quella degli sgomberati di villa De Santis, quella dei rom rumeni che Popica Onlus sta cercando di aiutare. Anche loro, infatti, hanno ricevuto dalle forze dell’ordine un preavviso di sgombero. In realtà, sono loro stessi i primi a voler lasciare il campo dove, ormai da qualche mese, hanno eretto quelle casette improvvisate, pulite e riscaldate a gas ma prive di acqua ed elettricità, che in un italiano improbabile chiamano «baracchini». Il perché, lo capisci appena metti piede dentro al campo, quando insieme ai visetti innocenti dei bambini e agli sguardi incuriositi dei più grandi, ti accoglie un formicolante andirivieni di ratti. Grassocci, numerosi e spavaldi, abitavano la piccola discarica abusiva che i rom hanno in parte ripulito per costruire le loro baracche e non hanno la minima soggezione davanti alle persone. «Sono così grossi», commenta imbarazzato Ion, il ragazzo del campo che parla bene l’italiano e che collabora con gli operatori di Popica nella mappatura delle famiglie insediate nel campo, operazione necessaria (qui non è arrivata la Croce Rossa con il suo censimento) per poter pianificare gli interventi e per inserire i bambini nei programmi di vaccinazione, assistenza medica e scolarizzazione. Ion lo troviamo nel largo spiazzo ingombro di ciarpame che precede le baracche. Insieme ad altri uomini, sta caricando degli oggetti metallici su un vecchio camion. «È questo il loro lavoro – mi spiega Gianluca – Raccolgono e rivendono il ferro e l’alluminio. Uomini e donne. Altro non possono fare, perché nemmeno nei cantieri dove si lavora a giornata sono disposti ad assumere un rom. Eppure, queste persone sono cittadini rumeni, comunitari a tutti gli effetti». Con un lavoro regolare, potrebbero ottenere un permesso di soggiorno e uscire dall’illegalità. Ma prima di quel lavoro, c’è un muro alto così di pregiudizi atavici e di montante intolleranza, che li condanna a un’esistenza precaria, sfuggente. Da reietti.

QUESTIONE DI VOCALI – Entriamo nel campo. Abbiamo un foglio stampato con nomi, cognomi e data di nascita dei rom che vi abitano, ma bisogna ricontrollare tutto perché le informazioni raccolte in prima battuta da Ion non sono complete. È mentre Gianluca chiama ad alta voce le varie famiglie, e queste fanno capannello intorno a lui con i documenti in mano, che capisco quanto questa gente abbia voglia di una vita normale. Anche quando chiedo e ottengo di scattare qualche foto, nessuno protesta, nessuno si ritrae. Al contrario, sono contenti di mettersi in posa, ridendo come dei monelli quando qualcuno fa le corna di straforo mentre parte il flash. Evidentemente, penso, non hanno nulla da nascondere. E sperano ancora in un futuro migliore. Soffrono, ma sperano. «Volio studiare italiano più meglio», argomenta serio Donut, 24 anni e due figli di tre e cinque anni, insistendo per essere finalmente ammesso a un corso di lingua per adulti, per il quale è in lista di attesa da settimane. Daniel, il ragazzo della bicicletta, è invece in ansia per suo figlio, che è nato il 30 dicembre: «Io preoccupato – confessa – Ha tose forte e a volte diventa tutto rosso. L’ho portato all’ospedale, ma un’assistenta mi ha strillato e ho dovuto sopportare i suoi brutti gridi con il bambino in braccio. È mio primo filio – aggiunge impotente – Non so come fare». Scene, purtroppo, di ordinaria intolleranza. Gianluca appunta la parola «medico» sulla lista accanto al nome di Daniel: più tardi dovrà chiamare il pediatra che collabora con l’associazione per organizzare una visita. Continuiamo il giro. In un angolo alcuni bambini bisognosi di un bel bagno si divertono con un pallone e qualche altro gioco improvvisato, facendo infuriare il cane legato tra i detriti al margine del campo. Uno di loro, piccolo piccolo, ha le scarpe infilate al contrario, ma va dritto per la sua strada e sembra quasi un’icona della capacità di adattamento e sopportazione del suo popolo. Più avanti, un uomo dall’aria distinta assicura una cassetta da mercato alla bicicletta con del fil di ferro, mentre la moglie osserva soddisfatta il nuovo bagagliaio improvvisato. A pochi metri, alcune vecchie signore con la testa avvolta in colorati foulard siedono intorno a un poco rassicurante fornello da campo, su cui ribolle un pentolone. Ecco da dove arriva quell’odore pungente di cucinato, che impregna l’aria umida tra le baracche. «Famiglia Muti», chiama Gianluca e un signore vestito con una logora tuta da pallone si avvicina. Un signore che si chiama Muti che indossa una tuta da calcio. L’associazione d’idee è troppo invitante: penso d’istinto ad Adrian Mutu, il talentuoso attaccante rumeno della Fiorentina. Un predestinato. Uno che con un anno di stipendio potrebbe dare casa a tutta questa gente. Adrian Mutu e il signor Muti: cambia solo una vocale, ma tra i loro mondi c’è un abisso. E il paradosso mi inquieta.

LA VERA RICCHEZZA – Alina ha bisogno di venti euro. Sta mandando all’asilo i suoi due figli, Andrea e Constantin, e le maestre hanno richiesto dei soldi, probabilmente per l’attività motoria o per la gita di fine anno. A suo modo, Alina è una mamma modello. Ha capito l’importanza della scuola per i suoi figli e li segue costantemente, assicurandosi che non manchino mai a lezione e partecipando regolarmente alle riunioni per i genitori. «Quando li vengo a riprendere, vogliono sempre restare a scuola», racconta orgogliosa mentre raggiungiamo l’istituto per parlare con le maestre. È in posti come questo, tra pennarelli consumati e seggiole colorate stile casetta dei sette nani, che si sta giocando una fetta sostanziosa del futuro dei rom in Italia. È sui banchi di scuola, che si stanno piantando i semi di un’integrazione complicata, osteggiata, sospirata. Non lontano da qui, alla Romolo Balzani, 126° circolo didattico “Iqbal Masih” (frequentata anche da alcuni bambini dell’insediamento), due maestri si inventarono nel 2002 un coro multietnico, lanciando un progetto che oggi è una onlus, Se…sta voce, e un messaggio di speranza scandito in iraniano, serbo antico, tagalog e rudaro. La chiave resta però l’italiano. Le maestre lo sanno e suggeriscono ad Alina di parlare il più possibile nella nostra lingua soprattutto a Constantin, che ha cinque anni e parla pochissimo in romanì (l’insieme dei dialetti di rom e sinti), figuriamoci in italiano. Nonostante abbia solo tre anni, Andrea è più spigliata: tra non molto, parlerà italiano meglio della madre. «La bambina va bene – riferisce la maestra – È curiosa, partecipa e si è inserita subito nella classe. C’è un solo problema: quando va al bagno, getta la carta igienica usata per terra». Guardo Gianluca e so che sta pensando quello che penso io: come può sapere che la carta si getta nel water, una bambina che un gabinetto a casa sua non c’è l’ha mai avuto? Per fortuna comunque l’osservazione della maestra è fatta con delicatezza, e Alina non si offende: «Glielo spiegherò», assicura. Ci tiene ai suoi bimbi. Come un genitore normale, forse di più. Perché non ha niente, solo loro. Come Daniel, che mentre ti mostra con le mani ruvide quel fagotto rosa da cui spunta la faccina del figlioletto nato da poco, esclama con una saggezza atavica che non appartiene ai suoi vent’anni: «Sono ricco! Ecco tutta la mia ricchezza!». E forse ha davvero ragione lui.

di Michele Camaioni