“Una grande gloria dentro”

 

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Nello stanzone del doposcuola, aprile dovrebbe essere il migliore dei mesi, né freddo né caldo. Ma non è proprio così; appena il sole gira, comincia la rumorosa transumanza dei banchi alla ricerca dell’ombra. Però si sta bene, quelli di Popica hanno fatto un po’ di lavori e appeso al muro i mosaici con gli autoritratti dei ragazzini: certi sono bellissimi e uno ricorda le caricature dei generali che faceva Enrico Baj.

Entra un piccione: pericolosissimo. Non tanto per l’igiene, ma per la concentrazione, qualsiasi occasione è buona per distrarsi. Viene fatto cortesemente sloggiare. Non sento uno strillo, questi ragazzini non sono fifoni. Ma neanche aggressivi: non è partita nessuna caccia al piccione.

Però – dicono i volontari – hanno una soglia di attenzione molto bassa, è dura tenerli concentrati. Alcuni hanno problemi di sviluppo cognitivo. Non sono insegnanti i volontari, una ragazza ha un diploma in arte terapia, un’altra è in cerca di lavoro, alcuni sono pensionati, c’è chi faceva l’editore, chi il commercialista. La maggior parte è arrivata a Popica attraverso romaltruista.it, un sito che segnala tutte le possibilità di dare una mano in città. Quelli che sono genitori parlano per esperienza diretta, ricordano che i loro figli, quando facevano i compiti, erano un po’ meno svagati. Erano altri tempi.

Ma i volontari considerano quasi miracoloso il fatto che due volte a settimana, il lunedì e il mercoledì pomeriggio, questi bambini rom – spesso ripetenti, con i genitori in molti casi analfabeti e non tanto fiduciosi nella funzione edificante della scuola – vengano a fare il doposcuola. Perché stare a giocare negli spiazzi di Metropoliz è, di sicuro, più divertente. È un posto chiuso, tutti si conoscono, come nei cortili di una volta.

Mi acchiappa Monica, terza elementare e ciabatte d’argento della madre. Deve fare aritmetica, un esercizio di passaggio dalle addizioni alle moltiplicazioni. È una scheggia, ma s’impunta sulla parola guanti: la scambia per quanti e non si raccapezza. Guanti guanti? o quanti quanti? invece di quanti guanti? Il fatto è che l’esercizio parla di un paio di guanti e lei non sa neanche cosa significhi paio. Andiamo in tilt tutte e due. Introduco il concetto di sinonimo, che non è un termine tanto semplice, ma serve a spiegare che paio vuol dire coppia. Ci siamo. Ma i guanti aumentano e paio al plurale fa paia. Le dico che siamo capitati su una parola molto infida, cioè traditrice. Passiamo alla grammatica: scrivere delle frasi con il verbo avere al presente, imperfetto e futuro.

A un certo punto scrive «avevo un padre». Oddio, non ce l’hai più? «Ma sì, questo è un esercizio!» Le chiedo di scrivere «avevo un cane» e lei conviene che è meglio.

Accanto a noi è in corso una spiegazione sul dissesto idrogeologico a una ragazza delle medie. Anche lì i sinonimi si sprecano: esondare, straripare, insomma uscire dagli argini. Argini? Beh, sì: i bordi-limiti-confini del fiume. Da un altro banco ronzano le differenze tra regione fisica e politica. E la corrente del golfo, deprivata momentaneamente del golfo, sembra uno spiffero. Comunque è appurato che mitiga-addolcisce-scalda il rigido, cioè freddissimo, clima della Danimarca. Passo alle medie anch’io. Nicolae, sedici anni, un paio di baffi non rasati e brufoli da adolescenza in fiamme, deve inventarsi una storia con i personaggi della Locandiera. Non gli va proprio. Fronteggio un vuoto mentale che non mi è del tutto estraneo, sarà lo stesso di quando i compiti li dovevo fare io, e poi mia figlia. Però Nicolae esagera, provo a dargli uno spunto e qualcosa si attiva, pronto a bloccarsi al primo ostacolo. Per esempio, perché scritto senza accento. Io accentuo, tento di fargli notare il suono diverso, ma niente. È difficile quando sei cresciuto parlando un’altra lingua che continui a parlare fuori da scuola e dal doposcuola. Qui, appena ci provano vengono bloccati, e bisogna dire che non ci provano troppo.

Il doposcuola cominciò soltanto con i corsi di italiano, ma i bambini non venivano tanto. Allora si è cambiato sistema: aiuto per i compiti e, sottotraccia, aiuto con la lingua. E adesso sono in trentacinque a frequentare.

A tutti gli studenti d’Italia, se non del mondo, la maggior parte delle cose che studiano sembrano inutili, questo è un fatto. E studiarle con la fatica della lingua e delle basi traballanti non aiuta. Però questi ragazzi vengono al doposcuola, anche se sanno che un titolo di studio non cambierà molto la loro condizione. Vengono anche per essere accuditi, per avere qualcuno che li guardi, li segua, li corregga. Con i maschi, appena crescono un po’, le famiglie sospendono ogni svenevolezza, è un dato culturale, ma questi ragazzini sono un po’ rom e un po’ italiani; vedono altri modelli di relazione fra genitori e figli che non disdegnano: cercano abbracci. Cercano adulti che rispettino il loro essere molto più svegli dei loro coetanei italiani e che sappiano offrire loro un paternage un po’ meno ruvido di quello cui sono abituati. E le ragazze? Ormai, anche nelle scuole dei Paesi in via di sviluppo, cominciano ad allinearsi alla tendenza mondiale, cioè a superare i maschi, a essere mediamente le più brave, o le più volenterose della classe, ma tra le piccole rom questo non succede. Su di loro pesa un destino, accettato più o meno consapevolmente, di matrimoni e maternità precoci, un futuro solo famigliare che già alla fine delle elementari le distoglie dallo studio. «Alle medie sentiamo che le perdiamo, è un lavoro lungo», dicono i volontari.

Ci vuole ottimismo, molto ottimismo. Ma l’ottimismo della volontà ogni tanto è premiato. Due o forse tre allievi del doposcuola hanno deciso di continuare gli studi. E una è una ragazza: Madalina vuole andare allo psicopedagogico. Poi c’è Cipri, 10 anni, che non è proprio un fulmine di guerra, ma quando ha studiato il fiore ce l’ha messa tutta (e ce l’ha messa tutta anche Popica): ha preso sei e mezzo. «Cosa hai provato?» gli hanno chiesto quando ha raccontato che l’interrogazione era andata bene.

«Una grande gloria dentro» ha risposto.

di Paola Zanuttini – inviata del Venerdì di Repubblica