UNO DEI SUCCESSI DEL PROGETTO “STRADALTERNATIVA”

Un mese fa Maria ha lasciato l’appartamento sociale di Stea, dove ha vissuto per un anno e mezzo. Ha trovato lavoro in un hotel situato tra le splendide colline verdi del Maramures, a un centinaio di Km da Satu Mare.

Questo è l’ennesimo inizio di una nuova fase della sua vita, che è sempre stata caratterizzata dall’incertezza e dall’ assoluta precarietà. Probabilmente questo nuovo lavoro rappresenterà l’opportunità che lei aspetta da anni e le permetterà di costruire un futuro migliore, per lei e per il suo bambino.

Maria è stata la prima persona che mi ha raccontato, e che mi ha fatto capire, come sia difficile per coloro che hanno vissuto in un orfanotrofio cominciare una vita “normale”.

Mi ha detto che dopo essere stata abbandonata in un ospedale della città di Carei, è stata portata in un istituto per minori dove ha trascorso la sua infanzia e parte dell’adolescenza. Quando mi ha raccontato questo periodo della sua vita stavamo camminando per strada e la prima cosa che mi ha raccomandato di fare è stata di non dire “casa copii” ad alta voce, perché aveva vergogna. Aveva vergogna della sua infanzia perché gli anni trascorsi in quella struttura – che forse non merita nemmeno di essere definita un orfanotrofio – sono stati un incubo.

Con uno sguardo che racchiudeva tutta la tristezza e la sofferenza che aveva provato in quegli anni mi ha detto: “ Non ero felice, fino a 14 anni io non sono mai stata felice. Ci trattavano malissimo, non ci facevano uscire, ci tenevano rinchiusi ed ogni volta che ricevevamo regali da persone che visitavano l’orfanotrofio, per esempio gruppi di francesi, ce li sequestravano. Non abbiamo ricevuto alcun tipo di educazione là dentro e dovrebbe essere il contrario….Le educatrici che stavano nella casa non erano educatrici, non sapevano svolgere il proprio lavoro e non erano gentili. Tutto ciò che facevano era trattarci male, privandoci di qualsiasi libertà e non dandoci nessuna forma di educazione”.

L’intelligenza di questa ragazza mi ha sempre sorpresa, sin dal mio primo incontro con lei. Maria non è finita da piccola in strada a differenza di molti altri bambini o ragazzi che, a causa dei maltrattamenti negli istituti, preferivano scappare pur non avendo un luogo sicuro in cui potersi rifugiare. Il suo coraggio e la sua integrità l’hanno fatta resistere e sopportare perché, come mi ha raccontato “ Per lo meno ho avuto la possibilità di andare a scuola. Probabilmente, se fossi restata con mia madre, non avrei avuto la possibilità di andarci per mancanza di risorse”.

Anche se la sua vita è migliorata da quando è uscita dall’orfanotrofio per frequentare un istituto superiore nei pressi di Brasov, all’età di 18 anni le certezze che aveva avuto fino ad allora venivano meno.

Quando i ragazzi cresciuti negli orfanotrofi diventano maggiorenni non hanno diritto ad alcun sussidio economico. Considerando che durante tutto il periodo di permanenza negli istituti non ricevono denaro, l’uscita dalla “casa copii” significa finire per strada.

Maria è nata nel 1984: da allora le politiche di sussidio non sono cambiate ed anche gli adolescenti di oggi, quelli che hanno vissuto negli istituti, una volta compiuti 18 anni sono abbandonati alla loro sorte. Il loro destino è segnato.

Nel migliore dei casi, come è successo a Maria, iniziano a girovagare tra un’associazione e l’altra, non riuscendo quasi mai a mettere qualche soldo da parte per potersi permettere di pagare un affitto.

Maria ha sempre lavorato in modo “formale”, con contratto, ma i suoi stipendi sono sempre stati miseri. Solo grazie alla mediazione delle associazioni ha potuto trovare lavoro, ma quando il contratto di lavoro cessava e / o il periodo di permanenza negli appartamenti sociali terminava, Maria finiva per strada. Per due lunghi periodi ha dormito in strada, anche quando era incinta. “ Dormivo sulle panchine e il giorno dopo andavo a lavorare”, mi ha raccontato, “ e quando ho cominciato a percepire lo stipendio di maternità la vita è stata molto più dura”. Se il salario era misero prima, durante il periodo di maternità non era sufficiente nemmeno per la sopravvivenza sua e di suo figlio.

Maria è stata trovata per strada dall’unità mobile di Stea e, dopo un breve periodo trascorso al dormitorio notturno di SPAS, è entrata nell’appartamento sociale. Tuttavia, i lavori saltuari che ha svolto durante la permanenza nell’appartamento non le hanno dato la possibilità di risparmiare una somma sufficiente di denaro che le potesse permettere di vivere senza l’aiuto dell’associazione.

Mi chiedo sempre come si possano creare le condizioni per costruire una vita indipendente se ogni volta che si comincia una nuova tappa ci si trova sempre nella stessa condizione di partenza. I ragazzi dell’appartamento sociale hanno la fortuna di essere monitorati costantemente circa l’utilizzo del loro stipendio; inoltre i loro risparmi vengono tenuti sotto controllo. Ma a volte sembra che la situazione non cambi mai perché gli stipendi sono talmente bassi che possono consentire loro solo di comprare da mangiare.

Maria è consapevole del difficile periodo di crisi economica e delle difficoltà di trovare un posto di lavoro ma lei non ha mai preteso tanto. Adesso è felice. Sono andata a visitarla due volte da quando se n’è andata e l’ho trovata bene, contenta, nonostante veda molto meno suo figlio. Vive nell’hotel, dove ha una sua stanzetta con bagno ed ha diritto al vitto ed alle sigarette, oltre ad uno stipendio minimo.

“Ho trovato una famiglia vera. Mi trattano tutti con affetto e gentilezza e a volte non mi sembra di essere stata assunta da loro e di lavorare per loro, perché mi fanno sentire parte della famiglia.”

E’ importante che la sua mente sia libera da pensieri e problemi, che sorrida e che si senta apprezzata e voluta bene. Sta trovando una nuova stabilità e da parte sua c’è tutta la buona volontà per andare avanti. Anche se questo è solo un primo passo, una piccola conquista, merita tutta la nostra attenzione.

Non ci resta che augurarle buona fortuna per il futuro!

di Ylenia Perrottelli (volontaria SVE Popica Onus)