Via di Centocelle

Da via di Centocelle, appena lasciata la Casilina, parte un sentiero di strada sterrata che entra nell’area del Parco di Centocelle e scende in un’insenatura, ben al di sotto del livello della strada, nota come “il Canalone”.

In quest’area, mimetizzati nella vegetazione, vivono oggi circa 400 rom, uomini, donne e bambini, provenienti da Calarasi, una città che sorge nella parte più meridionale della Romania, forse la zona più povera dell’intera Unione Europea.

L’età media nel campo é di 22 anni e la meta` sono bambini. Le condizioni di vita all’interno dell’insediamento sono al limite della sopravvivenza. Ci si accorge subito che gli slum visti nel pluri-premiato film “The Milionaire”, esistono anche nella nostra città, nonostante non riscuotano lo stesso interesse e non scatenino la stessa indignazione del pubblico di massa.

Le famiglie vivono senza acqua, fognature, corrente elettrica, mura e finestre, vivono sotto la costante minaccia di sgomberi senza soluzioni e a rischio di epidemie dovute alle altissime temperature estive o pericolo allagamenti da piogge invernali. Il problema più grave pero` sono i ratti che hanno le loro tane alle pendici del canalone e che di frequente si lanciano in incursioni, specialmente notturne, all’interno delle stesse baracche.

La nostra Associazione é entrata in contatto con gli abitanti dell’insediamento nell’ottobre 2008, quando nell’insediamento vivevano appena 80 persone. Abbiamo intrapreso con loro, che all’epoca erano nascosti nella totale invisibilità, terrorizzati dalla sola idea di dover uscire da quel posto ameno, un percorso fondato sulla loro autonomia e sul concetto dell’auto-aiuto.

Abbiamo posto loro come unici protagonisti del loro percorso e noi come semplici collaboratori. Ne é nata un’ottima esperienza. I primi risultati si sono ottenuti con la scolarizzazione dei minori. Quando entrammo la prima volta non vi erano bambini che frequentavano le scuole, dopo poco, una volta istruiti i genitori nelle pratiche scolastiche, nell’anno 2008-09 sono stati iscritti con il massimo dei risultati, circa 30 bambini, senza servizio di accompagno ne` sostituzione di operatori al ruolo dei genitori.

Risultato ancora più straordinario é stata la presa di coscienza da parte della comunità dei propri Diritti e il dovere morale di non sopportare più soprusi sulla propria pelle ma di cominciare un percorso di rivendicazione. In particolare la questione del diritto all’abitare in modo degno é stato il centro di discussioni, dibattiti ed assemblee interne al campo. Abbiamo cercato di dar loro la consapevolezza del proprio esistere, la voglia di uscire dalla propria invisibilità. Il Primo Maggio 2009, hanno partecipato alla MayDay con lo striscione: “Siamo rom, non siamo nomadi. Vogliamo la casa”. Per la quasi totalità di loro si trattava della prima manifestazione pubblica. Da allora il loro percorso é stato un crescendo. Si é creato un legame tra questa esperienza e quella di altri, migranti e non, in lotta per il diritto alla casa. In particolare i Blocchi Precari Metropolitani si sono da subito dimostrati particolarmente sensibili ed attenti a questa realtà del tutto nuova nel contesto cittadino. Per la prima volta un’intera comunità rom del tutto autonoma ha intrapreso il proprio percorso di lotta per i propri diritti assieme ai gadgé (non rom). Le contestazioni al G8 sull’immigrazione di fine primavera, il corteo contro gli sgomberi e il Clandestino Day d’inizio autunno, hanno visto sempre la partecipazione attiva della comunità che é cresciuta e ha fatto anche proprie le rivendicazioni di molti.

Il momento chiave del percorso, pero`, é stato alla fine del giugno 2009, quando nell’imminenza dello sgombero per mano dei militari della Folgore, l’intera comunità sostenuta dai Blocchi Precari Metropolitani e dalla nostra Associazione, ha deciso di reagire, di dimostrare la propria volontà di r-esistere, dando vita ad una scena quasi romantica che, per chi era presente, non sarà facile dimenticare. Mentre i blindati dell’esercito percorrevano via di Centocelle per raggiungere il campo, un intero popolo di uomini, donne e bambini, con il loro carico di materassi, vestiti e poco altro, percorreva la strada al contrario puntando a uno delle centinaia di edifici abbandonati in questa città per occuparlo, per dire basta agli sgomberi indiscriminati, per rivendicare il diritto ad esistere.

L’occupazione si sarebbe conclusa pochi giorni dopo, a seguito di una trattativa con il Prefetto Pecoraro in persona, a seguito di promesse dell’Amministrazione che non tutte sarebbero state mantenute, di un ritorno al “Canalone” dove fino ad oggi si continua a sopravvivere, nell’indifferenza di chi continua a commuoversi e ad indignarsi di fronte le immagini di “The Milionaire”.

Gianluca Staderini di POPICA ONLUS